Aborto, Comune di Firenze contro pubblicità Pro Vita: scatta la diffida

Il Comune sta "provvedendo a diffidare il gestore della pubblicità in questione dal continuare a diffonderla"
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ROMA – La pubblicità contro la Ru486 “non è stata autorizzata dal Comune di Firenze” e “consideriamo l’iniziativa una forma di inaccettabile disinformazione”. Palazzo Vecchio, quindi, chiede al ministro della Salute Roberto Speranza “di intervenire con decisione, in ogni opportuna sede” per “evitare che questa falsità si diffonda e difendere una conquista civile continuamente minacciata“. Lo sottolinea Benedetta Albanese, assessora ai Diritti e alle Pari opportunità commentando la campagna lanciata da Pro Vita e Famiglia onlus, dopo la comparsa dei camion vela pubblicitari anche nel capoluogo toscano. Vele in cui, come in altre parti d’Italia, campeggia l’immagine di una donna priva di sensi, dopo aver morso una mela, accompagnata dalla scritta “Prenderesti mai del veleno? Stop alla pillola abortiva RU486: mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo”.

Il Comune, quindi, sta “provvedendo a diffidare il gestore della pubblicità in questione dal continuare a diffonderla. Ed è stato dato mandato all’avvocatura di approfondire la sussistenza dei presupposti per applicare eventuali e ulteriori sanzioni”, aggiunge Albanese. Secondo l’amministrazione, infatti, la pubblicità sembra contrastare con il regolamento comunale sulla pubblicità.

Quella “sui camion vela non necessita di preventiva autorizzazione, l’articolo 10” però “stabilisce che il messaggio pubblicitario debba garantire, tra l’altro, ‘il rispetto della dignità umana e dell’integrità della persona’“. Un principio, osserva l’assessore, su cui la campagna “è in evidente contrasto, veicolando un messaggio volto a terrorizzare”, quindi mettendo “in pericolo la salute psichica e fisica delle donne”.

Le evidenze scientifiche, continua, “dimostrano che la pillola Ru486 costituisce un’alternativa efficace, meno rischiosa e in molti casi psicologicamente più indicata, rispetto ai metodi chirurgici di interruzione volontaria della gravidanza”. Si parla “di un farmaco ritenuto sicuro dalle autorità sanitarie preposte”. Per questo assimilarlo a “un veleno costituisce una falsità, che rischia di sconcertare le pazienti e causare danni sociali molto gravi”.

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