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Nigeria, Kolawolé (Serap): “Rapporto su Lekki Gate fa ben sperare”

Olúwádàre Kóláwolé, vicedirettore dell’organizzazione nigeriana Socio-Economic Rights and Accountability Project (Serap)
Il 20 ottobre 2020 decine di manifestanti furono uccisi da colpi di arma da fuoco mentre protestavano contro gli abusi della polizia e contro le politiche repressive del governo
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ROMA – “Le conclusioni del rapporto sugli avvenimenti di Lekki Gate non sono sorprendenti per quanto riguarda i fatti, quelli sono noti a tutti. A colpire, a entusiasmare, è che sia stata un’agenzia del governo a evidenziarle”. A parlare è Olúwádàre Kóláwolé, vicedirettore dell’organizzazione nigeriana Socio-Economic Rights and Accountability Project (Serap), nata nel 2004 con l’obiettivo di spingere il governo della Nigeria a impiegare gli strumenti del diritto internazionale nella lotta contro corruzione e disuguglianze. L’agenzia Dire lo contatta telefonicamente per chiedergli un commento su un rapporto pubblicato ieri dalla commissione d’inchiesta dello Stato di Lagos sui fatti del 20 ottobre 2020, e ampiamente rilanciato dai media nigeriani.

In quella giornata, ormai oltre un anno fa, decine di manifestanti sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco al casello autostradale Lekki di Lagos mentre protestavano contro gli abusi della polizia e contro le politiche repressive del governo del presidente Muhammadu Buhari. La manifestazione era parte di una mobilitazione nata inizialmente per chiedere lo scioglimento di un corpo di polizia speciale anti-rapina noto come ‘Sars’. La protesta prese il nome di ‘End Sars’ e si concluse con lo scioglimento della brigata speciale da parte dell’esecutivo. Tuttavia, col passare delle settimane, si trasformò in un più ampio moto di opposizione contro l’esecutivo dagli echi internazionali, grazie alla solidarietà e al sostegno giunti da artisti e attivisti di tutto il mondo. Numeri e responsabilità, quelle del 20 ottobre, su cui il rapporto della commissione ‘Lagos State Judicial Panel of Inquiry on Restitution for Victims of Sars Related Abuses and Other Matters – Lagos EndSars Panel’ ha contribuito a fare luce. A sparare sono stati i militari, si legge nelle 309 pagine del documento, che “hanno ferito e ucciso senza motivazione né giustificazione” 48 “manifestanti indifesi e inermi”.

 “Un report del genere, almeno nel breve periodo, può diventare uno strumento importante per attivisti e difensori dei diritti umani”, afferma Kóláwolé. “Di tutte le conclusioni e anche le raccomandazioni contenute nel testo, due ci sembrano le più importanti e immediate: giustizia per coloro che hanno perso la vita, e punizioni certe per chi è stato responsabile delle loro morti”. Gli attivisti di Serap si sono già mossi in questo senso. Tramite i suoi canali social l’organizzazione ha iniziato a raccogliere in queste ore le adesioni a una causa da presentare contro l’amministrazione Buhari affinchè questa agisca per arrestare gli autori del “massacro”, come viene definito in un passaggio del report, e risarcisca i familiari delle vittime. Serap, fin dal giorno successivo al 20 ottobre, continua a lavorare a un’iniziativa per portare gli autori della strage davanti alla Corte penale internazionale con sede a L’Aja, nei Paesi Bassi. Quelle relative all’avvio di procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili non sono le uniche esortazioni fatte dagli inquirenti autori del rapporto, che è stato consegnato oggi al governatore di Lagos, Babajide Sanwo-Olu. “Invocano una riforma dei corpi di polizia”, conferma infatti il direttore di Serap. “Questa non è una prerogativa di uno Stato federale ma solo del governo, costituzionalmente parlando, quindi è un tipo di suggerimento che troverà applicazioni concrete con difficoltà”.

Nonostante alcuni limiti però, il documento “entusiasma”, afferma Kóláwolé, anche alla luce della realtà della Nigeria, a un anno da Lekki Gate. “Non è cambiato nulla nell’atteggiamento di forze armate e di polizia. Non hanno imparato nulla da quello che è successo a Lagos, ecco perché questo rapporto è così importante”, scandisce l’attivista.

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