Covid, lo storico: “Sembriamo aver smarrito l’idea della storia”

Cosa si può dire di questa 'Covid-era'? Quali impatti? Quali lasciti? Ne abbiamo parlato con lo storico contemporaneista Alberto Guasco
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BOLOGNA – “Non abbiamo imparato che non siamo i primi abitanti della terra, e mi viene da dire: speriamo nemmeno gli ultimi. In altre parole, sembriamo aver smarrito addirittura l’idea della storia, ritrovandoci prigionieri d’un eterno presente, senza radici, senza padri, né madri, né sapienza a cui attingere”. È una delle letture che Alberto Guasco, storico contemporaneista, ricercatore presso il Cnr-Isem (Istituto di storia dell’Europa Mediterranea) di Milano, sviluppa in questa intervista alla ‘Dire’ che prova a leggere la ‘Covid-era’ con l’angolazione del ‘tempo lungo’. Non solo appunto quello del presente così opprimente, ma anche del suo confronto con quel che c’è stato ‘prima’ e con un futuribile ‘dopo’.

Perchè dall’essere “prigionieri dell’eterno presente” succede “che derivano poi “le tante navigazioni a vista” di questo periodo. E se ad esempio non si può dire se la pandemia avrà sulla storia un impatto più forte dell’ultima grande crisi economica, “so però che le due cose non sono slegate”, osserva Guasco che lavora e fa ricerca a Milano, ma risiede nel bolognese (insegna Storia della Chiesa alla Facoltà teologica). E che avverte: “Noi che cosa consegneremo al futuro, i muri anti-migranti? Purtroppo sì, ma…”. Ma per fortuna, spiega, non c’è solo questo.

 

A quale periodo storico assomiglia quello che stiamo attraversando e perchè? Quali sono i punti di ‘similitudine’ e di ‘contatto’?

alberto guasco

Alberto Guasco

“A domande così rispondere è sempre difficile. O imprudente. O pretenzioso. Sarei più onesto a dire: assomiglia a se stesso. Oppure: assomiglia a tutti i cambiamenti d’epoca– per citare note parole- che l’umanità ha vissuto nel corso della sua storia. Se volessimo, potremmo fare paragoni con quelli del Quattrocento e del Cinquecento. Poi, essendo io uno storico del Novecento, è chiaro che il mio occhio cade di più sull’ultimo secolo, e soprattutto sulla sua prima parte. Ma poi gli accenti sono diversi. Se parliamo di pandemia, si possono fare i paragoni con la spagnola del 1918-1919. Se invece parliamo di crisi economica, il pensiero corre al 1929 e alle sue conseguenze. O se invece vogliamo parlare del fatto che oggi le abbiamo entrambe insieme, vengono alla mente le richieste del cosiddetto ‘uomo forte’ capace di affrontarle, il che ci rimanda invece a un’altra dimensione ancora. Peraltro, -se ce lo ricordiamo- decisamente tragica”. 

Rispetto alle lezioni del passato con cui l’umanità ha dovuto fare i conti, qual è quella di cui oggi si fatica a ‘far tesoro’; e dunque a usare per superare le difficoltà del presente? Insomma, cos’è che non abbiamo imparato e che ci farebbe comodo ora?

“Questo di solito è il momento dei predicozzi moralistici. Perciò, per non fare i saccenti, direi due cose. La prima: non abbiamo imparato che non siamo i primi abitanti della terra (e mi viene da dire: speriamo nemmeno gli ultimi). In altre parole, sembriamo aver smarrito addirittura l’idea della storia, ritrovandoci prigionieri d’un eterno presente, senza radici, senza padri, né madri, né sapienza a cui attingere. La seconda: eppure quella sapienza esiste. Pensiamo al citatissimo e smentitissimo don Milani: ‘Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia’. E traduciamo con parole adatte a noi: il desiderio di sortirne da soli è frutto del trionfo di quell’individualismo radicale a cui tutti soggiacciamo e che ci ha fatto dimenticare che esistono altri modelli di comportamento. Personali e sociali”.

Quanto è grande l’impatto della prima pandemia del 21esimo secolo sul suo percorso storico? Peggio della grande ‘pandemia’ economica, la crisi del 2008? Ma forse il metro di paragone dovrebbe essere un altro?

“Da quel che stiamo vedendo, il suo impatto è enorme. Non so dire se sarà maggiore o minore della crisi economica del 2008. So però che le due cose non sono slegate: cioè, la pandemia sta impattando e ancora impatterà su paesi e continenti- qui siamo in Europa- che ancora stanno vivendo gli effetti economici d’un dopoguerra (senza che la guerra vera ci sia stata). E dunque- probabilmente- si assisterà all’accelerazione di fenomeni già in corso, che a loro volta produrranno conseguenze sociali e conseguenze politiche che non si vedono ancora a pieno. Mi rendo conto che dire così è dire poco, ma purtroppo sfere di cristallo a disposizione non ce ne sono”.

Cosa (potranno o rischiano di) dire fra qualche decennio gli storici nel rileggere questi anni?

“Con il sempreverde Manzoni, ‘ai posteri l’ardua sentenza’. Ma per darla ora, direi che parleranno di parabola discendente delle democrazie e di nuovi attori globali; d’una crisi economica devastante; degli effetti della rivoluzione tecnologica, degli sconvolgimenti del mercato del lavoro (se pensiamo non dico a quello di 40 anni fa, ma di 20 anni fa siamo in un altro mondo); di trionfo della rete (nel 1980 i pc connessi erano 213, oggi quasi due miliardi, con il doppio di internet users) e di ‘migrazione’ verso lo spazio virtuale; ma anche di migrazioni reali (oggi circa 260 milioni di persone, il 3,5% della popolazione mondiale, è migrante) e dell’emergenza climatica. Cioè, avrebbe detto l’intelligenza più acuta di tutta la nostra storia repubblicana, Aldo Moro, del “travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”.

Politica o famiglia? Economia o welfare? ambiente o scuola? Sanità o … Insomma quale ambito/dimensione della nostra società farà/passerà alla storia dopo questo periodo? (E quale non…) Qual è il segno dei tempi, e che dunque può sopravvivere al presente?

“Tutto sopravviverà al presente, nel male e nel bene. La storia è quella cosa che, andandosene, non porta con sé le proprie conseguenze. Vale per gli eventi, che continuano a produrre ricadute nel tempo, come per i simboli. Perciò, se il Medioevo ci ha consegnato-poniamo il caso- le cattedrali, noi che cosa consegneremo al futuro, i muri anti-migranti? Purtroppo sì, ma per fortuna anche l’opera di chi li ha soccorsi”.

* Alberto Guasco è storico contemporaneista, ricercatore presso il Cnr-Isem (Istituto di storia dell’Europa Mediterranea) di Milano. Ha pubblicato, tra le altre, ricerche sul rapporto tra chiesa e fascismo e sul cardinal Martini. Attualmente ha in corso ricerche sulla figura di Giuseppe Toniolo e sul periodo di Tangentopoli. Collabora ad “Avvenire”, “Jesus” e Radio 3 Rai (“Uomini e profeti”). Insegna “Storia della Chiesa” alla Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna

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16 Novembre 2020
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