Non eravamo preparati al Covid 19. Ma non siamo mai preparati!

Intervento a cura di Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Uno dei pilastri teorici delle politiche di protezione civile è tradizionalmente il “ciclo della gestione delle crisi” che viene rappresentato graficamente in modi diversi; tra i più frequenti vi è un cerchio diviso in 4 segmenti: LA PREVISIONE, LA PREVENZIONE E LA PREPARAZIONE, LA GESTIONE DELL’EMERGENZA E IL SUPERAMENTO DELLA CRISI.

Le politiche di risposta alle crisi impostate dalle Nazioni Unite, come da tutte le maggiori agenzie tecniche ed economiche del pianeta, privilegiano il secondo segmento del ciclo, quello relativo alla PREVENZIONE E PREPARAZIONE. Non a caso da decenni sentiamo ripetere come un mantra l’assunto che “un dollaro investito in prevenzione fa risparmiare 10 e più dollari, evitando l’impatto di un disastro o riducendone i danni”.

Ed è proprio su questi teoremi che la comunità internazionale da lustri opera, aiutata dall’evoluzione tecnologica che per ogni possibile emergenza è oggi in grado di analizzare parametri scientifici, valori di rischio e metodi per ridurre la vulnerabilità e aumentare la resilienza.

Pur essendo riconosciute universalmente, la comunità dei “protettori civili” è ben consapevole della scarsa consistenza e del limitato impatto delle politiche di prevenzione. Non è raro sentir dire infatti che “la prevenzione non fa vincere le elezioni”, anche perché politicamente si preferisce la fotografia del leader con gli stivali nel fango del disastro accanto ai suoi concittadini sofferenti; questa immagine rende eroico ed amato dal suo popolo il capo politico. Lo stesso leader dietro una scrivania con una pila di fogli di carta che corrispondono a piani di prevenzione dei disastri non genererebbe lo stesso effetto empatico.

E a pochi sorge il dubbio che se lo stesso leader avesse speso in opere di prevenzione probabilmente quella fotografia in emergenza non ci sarebbe stata perché il disastro sarebbe stato evitato proprio grazie agli interventi di prevenzione che però non sono stati realizzati! Ma queste considerazioni non fanno notizia e non piacciono in genere ai media; la prevenzione è carente di pathos!

I commenti sopra riportati e il grafico del ciclo delle crisi bene si adatta a quello che molti hanno definito il peggior disastro che la storia recente abbia registrato: la pandemia di COVID 19.

PREVISIONE: la possibilità di una pandemia è da sempre ben nota agli esperti di malattie infettive, agli epidemiologi, ai tecnici di protezione civile e persino agli uomini dei servizi di intelligence. Da molto tempo infatti lo scenario di una ipotetica pandemia è oggetto di studi, esercitazioni, analisi, convegni con inevitabili pianificazione di possibili azioni in risposta. Dall’11 settembre è stato poi creato il terribile acronimo NBCR che sta ad intendere possibili incidenti provocati da terroristi che possono avere origine “Nucleare, Biologica, Chimica o Radiologica” dove per B si include la possibilità di una pandemia originata da un attentato terroristico. Ben noto agli esperti di settore è, ad esempio, lo scenario di un attentato con il virus del vaiolo che secondo alcune proiezioni potrebbe causare decine di milioni di vittime in tutto il mondo.

PREPARAZIONE E PREVENZIONE: le attività necessarie a ridurre l’impatto di una pandemia sono ben note e si rifanno ai

– piani pandemici che i Governi dovrebbero avere;

– alle scorte di beni e materiale di consumo che le strutture sanitarie del territorio dovrebbero possedere;

– ai percorsi ospedalieri dedicati a situazioni pandemiche che ogni buon direttore sanitario e esperto di gestione ospedaliera dovrebbe conoscere ed aver adottato per il proprio ospedale;

– alla formazione del personale specificamente dedicata al potenziale rischio di pandemia.



Una lunga introduzione per dire che l’intera comunità internazionale, non solo l’Italia quindi ma tutti i Paesi del pianeta, si sono fatti trovare impreparati all’arrivo di una pandemia che ha avuto il suo corso nelle modalità che da sempre abbiamo studiato, analizzato e ampiamente previsto. Il Coronavirus Sars-CoV-2 è un nuovo virus ma la modalità di diffusione della pandemia “mutatis mutandis” non è molto differente dalla Spagnola del 1918.

Ma veniamo al nostro Paese per ripercorrere le date che ci hanno accompagnato negli ultimi mesi dall’inizio di questa terribile emergenza.

Il 31 dicembre del 2019 le Autorità cinesi informarono la comunità internazionale di una misteriosa epidemia di polmonite che si stava diffondendo a Wuhan, il popoloso capoluogo (11 milioni di abitanti) della provincia dell’Ubei.

Un messaggio diffuso in una data infelice per la comunità internazionale, che infatti non sembra aver reagito in maniera particolarmente preoccupata, complici certamente i festeggiamenti della fine dell’anno, i fuochi d’artificio, i brindisi che hanno consentito una reazione distratta a quell’annuncio che invece evocava l’inizio della catastrofe.

Nei primi giorni di gennaio da Wuhan iniziarono ad arrivare immagini e servizi sempre più frequenti sulla misteriosa infezione originata, si diceva, da un salto di specie del virus; imputati i frequentati mercati di animali vivi, destinati alle tradizioni culinarie cinesi.

A posteriori devo riconoscere che tutte quelle informazioni devono aver avuto uno scarso impatto sulla nostra attenzione, forse per il fatto che i media trasferivano quelle descrizioni con superficiale distrazione legata ad un altrettanto superficiale percezione di “distacco culturale” verso un mondo a noi lontano e che guardiamo troppo spesso con una buona dose di presunzione e senso di superiorità culturale.

Quando le informazioni sull’epidemia coinvolsero anche cittadini occidentali residenti in Cina, la comunità internazionale scoprì che qualcosa di serio era in corso nella sconosciuta provincia dell’Hubei, reagendo però quasi esclusivamente in favore della salute dei nostri concittadini.

La realizzazione di un nuovo Ospedale a Wuhan destinato ai pazienti COVID costruito dalle autorità cinesi in pochi giorni ebbe un effetto decisamente importante, ma anche in questo caso legato più alla coreografia dell’evento che alle effettive motivazioni che avevano indotto la creazione del nuovo ospedale in quei tempi. Motivazioni che riguardavano la necessità di predisporre un gran numero di posti di terapia intensiva e sub intensiva in supporto al sistema sanitario preesistente che non riusciva più a riscontrare le necessità sanitarie della popolazione.

Foto e video della costruzione trasmesse in tutto il mondo, incluse spettacolari immagini in ‘time lapse’ fecero effetto più per la impressionante macchina organizzativa messa in campo dal Governo Cinese che per i motivi che avevano indotto la realizzazione dell’opera.

Il 23 gennaio venne decretato il lockdown nella città di Wuhan; da quella data anche in occidente quel termine diventerà comune, un vocabolo mai sentito prima d’allora, che ci accompagnerà per mesi a venire.

Anche il lockdown venne interpretato da molti in occidente come l’eccessiva misura di un regime totalitario che solo in Cina avrebbe potuto avere effetto: mai quel provvedimento avrebbe potuto essere applicato nei democratici Paesi dell’occidente; il sacro principio di tutela della privacy e quindi delle libertà individuali avrebbero impedito l’esecuzione di simili provvedimenti a casa nostra.

Pochi anche in Italia iniziarono a preoccuparsi veramente di quelle notizie. Ma i giorni di gennaio passavano e in occidente nessuno si preoccupò di attivare strutture o servizi dedicati per prepararsi ad un eventuale impatto della epidemia in Europa come negli Stati Uniti o altrove.

A Roma il ministro della Salute Roberto Speranza aveva attivato dall’inizio del mese una task force di esperti per monitorare l’evoluzione dell’epidemia. I tecnici della task force si riunivano tutti i giorni al ministero della Salute e di concerto con l’Oms seguivano preoccupati l’evoluzione del virus.

In Italia il 30 gennaio due turisti cinesi vennero ricoverati all’Ospedale Spallanzani con la diagnosi di Coronavirus; era la prima evidenza della presenza in Italia del virus importato dalla Cina.

La prima azione del ministro Speranza fu quella di chiudere i voli provenienti dalla Cina, un duro atto politico finalizzato a rallentare la diffusione dell’epidemia; l’Italia fu l’unico Paese in Europa a prendere un simile provvedimento.

La felice intuizione del ministro della Salute si schiantava contro l’indifferenza degli altri Stati membri dell’Ue e ovviamente non trovava alcuna sponda né supporto nella Commissione che in quel momento sembra essere totalmente assente.

L’Italia bloccava quindi i voli diretti dalla Cina nel tentativo di rallentare l’arrivo del virus, ma centinaia di migliaia di passeggeri provenienti da quel Paese e dai Paesi già interessati dall’epidemia nel lontano Oriente arrivavano anche in Italia grazie a ‘triangolazioni’ di volo su Parigi, Vienna o Zurigo e da lì proseguivano in aereo o treno per l’Italia.

Il 30 gennaio 2020, “in seguito alla segnalazione da parte della Cina (31 dicembre 2019) di un cluster di casi di polmonite ad eziologia ignota (poi identificata come un nuovo coronavirus Sars-CoV-2) nella città di Wuhan”, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) dichiarava emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale l’epidemia di Coronavirus in Cina. Il giorno successivo il Governo italiano, dopo i primi provvedimenti cautelativi adottati a partire dal 22 gennaio, tenuto conto del carattere particolarmente diffusivo dell’epidemia, proclamava lo stato di emergenza e metteva in atto le prime misure di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale.

(http://www.governo.it/it/coronavirus-misure-del-governo)

Da quel momento la macchina dell’intervento si è messa in moto ma si deve arrivare al 21 febbraio per avere la certezza che il Coronavirus si era stabilizzato in Italia e con l’identificazione del paziente 1, un uomo di 38 anni di Codogno, abbiamo avuto la certezza che il virus aveva iniziato il suo percorso a diffusione autoctona.

Analoghi casi si presentavano nello stesso periodo in Francia e altri Paesi dell’Ue e poi negli Stati Uniti.

Dal paziente 1 la situazione è precipitata assai velocemente in termini epidemiologici e con un susseguirsi convulso di decisioni politiche tendenti a rallentare l’epidemia, ad esempio attraverso l’isolamento di comuni della Lombardia e del Veneto.

Il termine lockdown è diventato quindi familiare anche in Italia, dal momento che toccavamo con mano il significato fisico di un provvedimento che poche settimane prima, guardando alla Cina, avevamo sottovalutato nella sua drammaticità non avendo ben compreso la ragione vera della decisione del Governo di Pechino.

Il 4 marzo il Governo Italiano ha deciso la chiusura di tutte le scuole e il 9 marzo ha preso la dura decisione di chiudere l’intero Paese: viene decretato il lockdown nazionale.

Dal paziente 1 di Codogno al nove marzo sono passate solo due settimane periodo nel quale il sistema sanitario delle più importanti regioni del Nord Italia è collassato; le immagini della impreparazione ad affrontare l’epidemia sono devastanti, e ad una analisi ex post di quelle fotografie è bene evidente la totale approssimazione ed impreparazione, la mancanza di cultura sul rischio epidemico, la mancanza di adeguate risorse sanitarie e di Dpi nonché la totale assenza di strutture sanitarie da destinare a straordinarie situazioni emergenziali di questo tipo.

Accanto a questo evidente fallimento del sistema sanitario compaiono le immagini di migliaia di eroici medici, infermieri, tecnici e personale di quelle strutture sanitarie, molti dei quali moriranno nell’espletamento del loro dovere. Uomini e donne che si sono sacrificati e non hanno esitato a restare in prima linea pur essendo consapevoli di affrontare rischi enormi per loro stessi e le loro famiglie.

Per la prima volta nella storia del nostro sistema sanitario abbiamo dovuto far ricorso a supporti esterni, team sanitari provenienti da numerosi paesi europei e non solo (Cuba, Federazione Russa, Usa, Romania, Albania, Germania e altri).

Un Paese tradizionalmente donatore nei confronti dei Paesi poveri come l’Italia che improvvisamente diventava destinatario di aiuti umanitari. L’Italia, la settima potenza mondiale, il primo mondo che diventa in poche ore terzo mondo e chiedeva aiuto internazionale.

Accanto a questo disastro le devastanti immagini del corteo di camion dell’esercito Italiano che nottetempo trasportano le bare di pazienti deceduti negli ospedali della Lombardia poiché non era possibile creare un numero così alto di salme, rimarranno scolpite nella memoria del nostro paese.

Dalla comunicazione di una sconosciuta epidemia di polmonite virale in Cina al nostro lockdown sono passati più di due mesi. Altri Paesi europei seguiranno, qualche giorno dopo, l’esempio italiano di chiusura nazionale per ridurre la catena di trasmissione del virus.

Due mesi sono un periodo lunghissimo; per il sistema di protezione civile un tempo infinito eppure alla domanda “perché i Paesi non si sono attivati adeguatamente predisponendo in tempo interventi d’emergenza utili a ridurre l’impatto dell’epidemia evitando il disastro delle migliaia di morti perché non c’erano posti in terapia intensiva, non c’erano respiratori o mascherine protettive, non c’erano bombole di ossigeno sufficienti” non siamo ancora stati capaci di dare risposta.

E la risposta non va ricercata nei ritardi del nostro Paese, è una risposta che trova un assordante silenzio nell’intero sistema d’emergenza di tutti i Paesi ricchi o poveri che siano.

Per l’ennesima volta la prevenzione si è dimostrata essere una velleità intellettuale per la maggior parte della comunità internazionale.

I due mesi di lockdown sono trascorsi in Italia con il corredo di drammi negli ospedali di molte regioni del Paese, di tragedie nelle Rsa totalmente impreparate ad affrontare un’evidenza del genere e dove si è consumata una vera carneficina. Settimane nell’affannosa ricerca di materiale di consumo, Dpi, respiratori, tutto ciò che serviva e non era prodotto in Italia ma nemmeno in molti paesi dell’Ue. In quelle settimane si è assistito ad un altro devastante esempio di impreparazione collettiva, nel pieno disprezzo di quei principi di solidarietà che perlomeno all’interno dell’Ue dovrebbero essere i principi ispiratori dei padri fondatori dell’Unione.

Le richieste diffuse dall’Italia sin dal 23 febbraio in aiuti materiali, mascherine respiratori e tutto ciò che era urgente per le nostre strutture sanitarie che non avevano scorte di questi beni, sono cadute nel vuoto assoluto, arrivando a costatare il divieto di esportazione all’estero di beni utili all’interno dei singoli Paesi, qualora quei beni fossero disponibili perché prodotti internamente.

L’assenza della Commissione, nei primi mesi della pandemia, è stata devastante; un assordante silenzio rotto solo settimane dopo verso la fine di marzo da una telefonata di un funzionario della Commissione che si complimentava con il nostro paese per il successo raggiunto con il contenimento della curva epidemica durante il lockdown.

Gli errori compiuti nelle strutture sanitarie avrebbero dovuto essere un monito per tutti se solo fossero stati fissati nella memoria ed elaborati per la preparazione a futuri eventi. Io non ho mai creduto in un altro mantra tipicamente onusiano quello delle “lessons learned”. Un tormentone teorico cui sono sottoposti i funzionari internazionali all’indomani di una grande emergenza. Incontri seminari, documenti per essere pronti al futuro e, avendo imparato la lezione, ridurre la nostra vulnerabilità nei confronti di quella tipologia di emergenza.

Il 18 maggio il paese ha riaperto gran parte delle attività e la vita è iniziata a tornare ad una sorta di normalità; la curva epidemica è scesa drasticamente e l’indice Rt ridotto ampiamente a livelli di sicurezza del controllo.

Due mesi e qualche giorno di restrizione totale dei movimenti hanno consentito il ritorno alla normalità con il gran desiderio di recuperare il tempo perduto soprattutto nel mondo dell’economia, della piccola medi impresa e dei piccoli imprenditori e certamente da parte dei giovani. Ma questo desiderio di normalità diventerà drammaticamente sordo ad ogni richiamo alla prudenza e alla attenzione, complici improvvisati santoni della medicina che dichiararono concluso e superato il rischio epidemico invitando la gente a tornare a godere della bella imminente stagione estiva.

L’estate si è così consumata in molti luoghi del Paese con la consueta coreografica allegra e spensierata. Molti cittadini hanno tentato di rispettare le indicazioni alla prudenza, a comportamenti rispettosi delle indicazioni al distanziamento, all’uso delle mascherine, dell’igiene etc. ma queste raccomandazioni sono diventate spesso oggetto di strumentalizzazione politica, spesso irrise e platealmente ignorate.

L’estate del “liberi tutti” costerà molto caro al Paese, e già dalle prime settimane di settembre ci siamo accorti che la curva tornava a salire.

Non so se noi abbiamo imparato qualcosa dalla prima fase della crisi? A vedere la seconda ondata non si direbbe!

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

16 Novembre 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»