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VIDEO | Coronavirus, Remuzzi: “Speriamo nel vaccino, ma non sappiamo se sarà soluzione ai problemi”

Il direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS è intervenuto in diretta streaming alla seconda edizione del Festival della Salute Globale
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ROMA – “Speriamo nel vaccino: ne abbiamo undici, al momento, che sono arrivate alle ultimi fasi. Ma non sappiamo se questo costituirà la soluzione ai nostri problemi”. Lo dice il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS, durante la sessione finale del Festival della Salute Globale di ieri sera, in video con Walter Ricciardi. 

“A mio avviso- prosegue Remuzzi- sarà una delle soluzioni, assieme a tante altre: proprio quelle che abbiamo imparato negli ultimi mesi, dal distanziamento alle mascherine, che dovremo portare avanti anche quando il vaccino sarà confermato”.

“Per esprimersi sull’efficienza dei vaccini occorrerebbe vedere qualcosa di pubblicato. Al momento le uniche cose pubblicate riguardano un vaccino russo, un lavoro discreto ma non impeccabile, che lascia aperti ancora molti interrogativi. In merito al vaccino di Pfizer, invece, abbiamo dei comunicati stampa del produttore, ma non abbiamo altro su cui basarci. E quello che c’è non è chiaro, e non fa capire cosa significhi quel “90% di protezione”. Si può intuire qualcosa, ma non ne siamo sicuri, perché il lavoro non è pubblicato- aggiunge il professore- Ci sono ancora troppe incognite in ballo per potersi pronunciare con certezza, ma sono così tanti i grandi gruppi che stanno lavorando per realizzare il vaccino che si può essere relativamente ottimisti sul fatto che nel giro di qualche mese il vaccino ci sarà. Certo, non subito per tutti”.

I PRINCIPALI DIFFUSORI DELLA PANDEMIA E LE TERAPIE

“Occorrerà prestare particolare attenzione a chi diffonde principalmente l’epidemia: i giovani, tra i 20 e i 30 anni. I bambini sono relativamente risparmiati, sebbene si possano infettare tra loro, mentre gli anziani sono quelli che rischiano maggiormente. Le terapie non ci sono, questo remdesivir fa qualcosa, ma non molto, mentre le altre terapie utilizzate sono quelle che solitamente servono per fronteggiare questi sintomi”, chiarisce Remuzzi.

IL PROBLEMA DELL’ORGANIZZAZIONE SANITARIA TRA NORD E SUD

“Quello che vorrei sottolineare è che se noi avessimo un’organizzazione capace di intervenire su questa malattia sin da subito, con farmaci estremamente semplici, molti dei malati che arrivano in ospedale non ci sarebbero, non gravando quindi sul nostro sistema sanitario. La nostra preoccupazione oggi è quella di curare i malati, e per farlo il sistema sanitario non dovrebbe essere sottoposto a uno stress eccessivo. Sono convinto che al Nord la situazione sia molto diversa che al Sud. Ed è soprattutto il secondo a preoccuparmi: qui l’organizzazione della salute, in termine di strutture, apparecchiature, logistiche e operatori, è più debole”, conclude il professore.

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