Violenza donne, minimizza e dà la colpa alla partner: ecco il maltrattante

Chi è l'uomo maltrattante? Ecco le testimonianze raccolte da Alessandra Pauncz - fondatrice e presidente dei Cam e presidente dell'associazione Relive-Relazioni libere dalle Violenze
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ROMA – “Da bambino ho visto la violenza dentro casa ogni giorno. Mio padre picchiava mia madre e con noi figli arrivava a punizioni corporali davvero pesanti. Ricordo che a tavola ero obbligato a mangiare pietanze che a volte mi facevano vomitare e pesantemente nella mia testa c’è ancora l’immagine di quando mio padre faceva sesso con mia madre mentre io nel loro stesso letto dormivo, o forse facevo finta di dormire. A 7 anni ero già in un istituto per bambini abbandonati, di notte facevo la pipì nel letto, ero gracilino dunque oggetto di soprusi”. No, non è una storia che arriva da un polveroso libro dell’altro secolo, ma una delle testimonianze raccolte da Alessandra Pauncz – fondatrice e presidente dei Cam (Centri di Ascolto Uomini Maltrattanti) e presidente dell’associazione Relive-Relazioni libere dalle Violenze – in ‘Da uomo a uomo‘, il libro pubblicato nel 2015 in cui gli uomini maltrattanti raccontano la violenza domestica. 

Al capitolo secondo, intitolato ‘Di padre in figlio‘, un 68enne, sposato e padre di due figli maschi, racconta di come da bambino vittima di violenza assistita sia diventato, da adulto, un uomo violento. “Certe volte la sopporto- dice riferendosi alla moglie- certe altre no, magari perché sono triste, stanco o ansioso e allora scoppiano i contrasti che spesso sfociano in litigi, e in questa situazione la tendenza è dimostrare in qualsiasi maniera di essere più forte e determinato dell’altro. Succede allora che perdo il controllo e divento violento”.

CHI SONO GLI UOMINI MALTRATTANTI – L’utenza dei Cam si divide in due grandi tronconi: “gli uomini che provengono dal carcere, autori della violenza più grave intercettata dal sistema giudiziario- spiega all’agenzia Dire Alessandra Pauncz, intervistata in occasione del decimo compleanno dei Cam- e quelli che vengono dal territorio. Tra il 50 e il 60% provengono dal territorio, hanno tra i 30 e i 50 anni, sono nelle relazioni per un tempo medio lungo (6-10 anni), spesso con figli e non hanno caratteristiche psicopatologiche particolari”. 

Secondo i dati raccolti da Relive in 17 centri tra il 2015 e il 2017, si tratta generalmente di occupati (32% dipendenti, 11% liberi professionisti, 7% operai, 2% studenti) mentre solo il 9% è disoccupato. Sono per la maggior parte diplomati (42%), il 34% ha una licenzia media, il 14% ha una laurea, il 9% la licenza elementare. 

Alcol (10%), droghe (6%) e disagi mentali (10%) influiscono sulla violenza solo in minima parte. Il 46% degli uomini violenti che si sono rivolti ai centri ha subito violenza fisica o assistita da bambino, il 54% di quelli presi in carico sono italiani, contro un 14% di stranieri. La violenza più agita è quella fisica (35%) seguita da quella psicologica (31%). Minori i casi di violenza sessuale (5%) e stalking (3%). 

Tra gli elementi ricorrenti, spiega Pauncz, “la minimizzazione o la negazione della violenza, diffusa soprattutto nel gruppo di chi sta in carcere”; e “l’attribuzione della responsabilità alla vittima”, barriere che spesso “inficiano la motivazione al cambiamento”. 

Non è possibile, però, elaborare “un identikit preciso del maltrattante. Il carcere- spiega la psicoterapeuta- si caratterizza per una percentuale più alta di disagio psichiatrico o psicopatologico e di pericolosità, con un margine di cambiamento e possibilità di lavoro più basso”. Importante anche la percentuale di correlazione tra maltrattanti, vittime, nella loro infanzia, di violenza assistita (30%). 

LE STRADE PER ARRIVARE AL CAM E I GRUPPI PSICOEDUCATIVI – Un percorso al Cam si avvia solo e soltanto se l’uomo sceglie di farsi aiutare. “Spesso ci contattano dopo aver risposto a un test online che c’è sul nostro sito- spiega Pauncz- Oppure ci scrivono raccontando le difficoltà che hanno con le compagne, gli episodi di violenza. Un’altra strada è quando un familiare o un servizio ci contatta per segnalarci un caso. Noi invitiamo a farci chiamare dagli uomini per fissare un incontro qui da noi o in un centro più vicino al loro territorio”. Altri accedono “perché ci contatta un avvocato o su indicazione della magistratura di sorveglianza, con cui, dopo aver accertato la disponibilità dell’uomo, ci interfacciamo per calendarizzare gli incontri e farli autorizzare”. 

Cinque i colloqui individuali con gli operatori, che, da prassi, chiarisce la presidente di Relive, servono “a fare una prima valutazione della situazione e del rischio e una rilevazione della violenza”. Fondamentale il coinvolgimento della partner, che “viene contattata tre volte: all’inizio, a metà e alla fine del percorso” e “avvisata in caso di interruzione”. 

Dopo la presa in carico, “inseriamo l’uomo in un gruppo psicoeducativo co-condotto da un uomo e una donna della durata di circa sei mesi. Ogni sessione- precisa la psicologa- affronta un argomento che riguarda in modo specifico la violenza, si discutono diversi esempi, anche con l’aiuto di vignette esplicative”. In tutte le sessioni, il lavoro “intreccia aspetti emotivi e comportamentali. La frequenza è obbligatoria”. 

Al termine del gruppo, il maltrattante può ripetere l’esperienza o passare “a un gruppo di prosecuzione non strutturato, in cui i vari partecipanti parlano di ciò che hanno imparato e di come lo applicano nella loro quotidianità”. In questa fase, che “può durare anche diversi anni”, gli uomini parlano di “come si sentono, dei loro vissuti, del piano emotivo e relazionale”. 

L’OBIETTIVO “NON E’ LA RELAZIONE, MA L’UOMO” – L’obiettivo di un percorso al Cam è uno solo: “non preservare la relazione e la coppia, ma obbligare l’uomo a interrompere la violenza”, spiega Alessandra Pauncz. Se si guarda alla violenza fisica “i risultati sono molto buoni”, più “variabili” su quella psicologica. Nel frattempo, “incoraggiamo la partner a rivolgersi a un centro antiviolenza e a proteggersi”, nella consapevolezza che la violenza sulle donne è e resta “un problema degli uomini”. E che si lavora sull’obiettivo di “spezzare il patriarcato”.

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