Bolivia rivoluzione indigena: quel che resta del sogno

Cos'è rimasto oggi della "revolución" di Juan Evo Morales Ayma, il primo presidente "indio" nella storia del suo Paese?
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ROMA  – Con le bombette nere calcate in testa, sulle spalle bimbi ciondolanti da fagotti multicolori, le indigene quechua di Potosì si precipitavano a ritirare il buono “Juana Azurduy”. “Milleottocento bolivianos l’anno e subito un assegno da 160” nel nome dell’eroina anti-colonialista, spiegavano in piazza. Aggrappata alle pendici del Cerro Rico, la montagna d’argento che tra il XVI e il XVII secolo fu il tesoro degli spagnoli, Potosì era stata il centro urbano più grande dell’emisfero occidentale. I miei ricordi sono invece del 2009, quando era solo una povera città di minatori. Che masticando foglie di coca e bevendo alcol puro credevano però in una Bolivia nuova. Che fosse di tutti, anche dei popoli andini, non solo delle élites dei discendenti degli spagnoli. Ma cos’è rimasto oggi della “revolucion” di Juan Evo Morales Ayma, il primo presidente “indio” del suo Paese? Origini aymara e fede socialista, è da quasi un anno in esilio in Argentina. Denuncia un “golpe del litio”, che sarebbe stato guidato da un pugno di generali perché le multinazionali potessero mettere le mani sul tesoro del Salar de Uyuni. Si racconta che, prima di essere costretto alla fuga, Morales avesse sospeso un contratto con una società tedesca giudicato svantaggioso dai sindacati. Da mesi se ne parla, e domenica si vota. Le elezioni sono state rinviate due volte, ufficialmente a causa della pandemia, in realtà perché i sondaggi davano ancora avanti il Movimiento al socialismo, ora rappresentato dall’ex ministro Luis Arce. Vada come vada, purché nessuno dimentichi più quelle mamme e i loro fagotti.

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