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La testimonianza del figlio di una vittima di Nassiriya: “Non diamola vinta al terrorismo”

È il commento di Marco Intravaia, figlio del vice brigadiere dei carabinieri morto nella strage del novembre 2003, in merito a quanto sta accadendo in Afghanistan
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PALERMO – “Leggere le notizie che arrivano dall’Afghanistan dà la sensazione che le lancette dell’orologio siano state riportate indietro di 20 anni, che oltre 50 vite di nostri connazionali siano state sprecate, insieme ad un’ingente quantità di denaro. Da figlio di un uomo che ha perso la vita in uno scenario di guerra, l’unica consolazione che mi ha accompagnato in questi anni è stata la consapevolezza che la vita di mio padre non sia stata sprecata, ma abbia contribuito, nel servire la patria, a migliorare la vita di popoli più sfortunati e a veicolare messaggi di democrazia e civiltà”. Ad affermarlo è Marco Intravaia, figlio del vice brigadiere dei carabinieri Domenico, morto nella strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, in merito a quanto sta accadendo in Afghanistan.

“I figli, le mogli e i padri degli uomini morti in Afghanistan staranno vivendo la terribile sensazione che i loro cari siano stati strappati alla vita per niente, adesso che i talebani riprendono il controllo dell’Afghanistan con tutto il carico di estremismo, di oscurantismo e di violenza di cui sono capaci – prosegue Intravaia, nativo di Monreale, in provincia di Palermo -. Esprimo tutta la mia solidarietà a queste famiglie e condivido il loro dolore. Continuo a credere nell’impegno internazionale del nostro Paese e mi appello al presidente Draghi affinché faccia valere la sua credibilità in seno alla comunità internazionale e questa compia ogni sforzo per difendere le difficili conquiste di civiltà ed emancipazione fatte in quel territorio, anche grazie all’alto tributo di sangue pagato dai militari italiani. Non possiamo consentire al terrorismo di vincere”.

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