lunedì 7 Settembre 2026

Gli iraniani contro l’Iran, il paradosso politico-sportivo ai Mondiali americani

L'esordio a Los Angeles della nazionale di regime, coi pochi tifosi iraniano-americani "costretti" a tifare protestando

ROMA – Iran contro Iran, a Los Angeles. Con la Nuova Zelanda terzo incomodo sportivo. Con la politica mondiale aggrovigliata una volta di più al pallone. La grande stortura del Mondiale americano s’è infine consumata, palese, per l’esordio di una Nazionale rappresentativa di un regime in guerra col Paese ospitante, e odiato dalla sua gente.

Centinaia di bandiere sventolavano tra la folla radunata fuori dallo stadio: alcune col Leone e il Sole, l’emblema pre-rivoluzionario che per la diaspora è diventato stendardo di opposizione a Teheran, vietato dalla Fifa; altre con i simboli ufficiali della Repubblica Islamica. Sono entrati lo stesso, i simboli politici, cuciti sulle magliette dei pochi tifosi.

“La squadra dei mullah non è la mia squadra”, scandiva un gruppo fuori dall’ingresso. Poco lontano – racconta l’inviato della Bbc – un uomo con un cappio improvvisato al collo spiegava il gesto con calma: un simbolo contro le esecuzioni in corso in Iran. Un altro, che indossa una bandiera come mantello, respinge l’accordo tra Washington e Teheran: “Il popolo iraniano merita un cambio di regime. La gente è stata massacrata per le strade di Teheran”.

La stessa complessità distribuita sulle tribune con geometria diversa. Le bandiere da lontano sembravano tutte ugual, bianche, verdi, rosse. Da vicino raccontavano storie divergenti. Quando la Nuova Zelanda è passata in vantaggio, una parte degli spalti ha esultato sventolando il Leone e il Sole. Quando l’Iran ha segnato due volte, rimontando fino al 2-2, lo stadio ha ruggito in modo quasi unanime.

Le reazioni raccolte dalla Bbc raccontano la storia delle persone, molto lontana dai trattati e dagli annunci. Samaneh, iraniano-americana da dieci anni negli Stati Uniti, faticava a trovare una sintesi. “Sono qui per sostenere l’Iran, non il regime”, ha detto. “Mi manca il mio Paese.” Ha pianto durante l’inno. Suo padre era seduto accanto a lei; sua madre è bloccata in Iran, tra burocrazia e restrizioni di viaggio imposte dall’amministrazione Trump. “Ho paura di tornare a trovarla”, ha aggiunto. Pourmand si era spinto fino a Tijuana per seguire gli allenamenti della squadra, e difende i giocatori senza esitazioni. “Questi ragazzi rappresentano il popolo iraniano. Sono qui per dimostrare che meritiamo di stare qui”.

I giocatori, nel frattempo, chiedono di essere lasciati fuori da tutto ciò. Prima del fischio d’inizio, l’attaccante Mehdi Taremi aveva ripetuto il mantra della squadra: giochiamo per tutti gli iraniani, dentro e fuori dal Paese, e non ci occupiamo di politica. È una posizione comprensibile. È anche, in questo contesto, quasi impossibile da sostenere.

Leggi anche