‘Pensatevi liberi’, al Mambo di Bologna vinili, foto, fanzine e tanto altro

Fotografie, vinili, fanzine: al Mambo fino al 29 settembre una mostra che parla di musica ma anche di tanto altro. E che rappresenta un tuffo in una Bologna in fermento alla vigilia degli anni '80
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BOLOGNA – Il 2 aprile del 1979 si tenne a Bologna un festival musicale. Niente di strano, diranno giustamente i più. Alcuni concerti però lasciano un segno che va al di là del breve e irripetibile momento in cui vanno in scena, e non solo per le emozioni personali di chi vi partecipa o per le ripercussioni più o meno positive sugli artisti in cartellone, ma per la capacità – il più delle volte inconsapevole – di diventare spartiacque di un prima e un dopo, immortalare e/o consacrare una scena culturale che negli anni a venire sarebbe diventata importante, non solo a livello locale.

Questo è il caso di “Bologna Rock 1979“, il festival organizzato da Harpo’s Bazar al Palazzo dello sport (ora PalaDozza) di Bologna 40 anni fa e che è il soggetto principale, ma non unico, della mostra “Pensatevi liberi” che inaugura oggi al Mambo – il museo di arte moderna di Bologna in via Don Minzoni – dove rimarrà fino al 29 settembre.

Non è necessario sottolineare quanto la fine degli anni ’70 abbia rappresentato un periodo di particolare fermento sociale, culturale e politico, di cui Bologna è stata crocevia e simbolo in Italia; le idee nascevano, crescevano e circolavano anche da una nazione all’altra… nonostante non esistesse Internet, bastava una scintilla che poteva provenire da ogni dove. E se in Gran Bretagna il punk era esploso nel 1977 letteralmente sconvolgendo una nazione (è difficile oggi da credere, ma fu così), quel vento che portava con sè tutti gli elementi di quella rivolta sociale, culturale e politica operata “dal basso” era arrivato anche da noi, in maniera non strutturata forse, certamente non organizzata, ma i luoghi più ricettivi alle avanguardie – e Bologna è fra questi – non ne erano rimasti immuni.

 

Ciò che fece “Bologna Rock 1979” fu di dare un volto e un nome a quello che stava succedendo nel sottosuolo bolognese e di cui la parte musicale era l’espressione forse più appariscente, ma di certo non l’unica. Le band Luti Chroma, Bieki, Naphta, Confusional Quartet, Rusk und Brusk, Frigos, Cheaters, il bluesman statunitense Andy J.Forest (di stanza a Bologna all’epoca), Windopen e Skiantos si ritrovarono per la prima volta tutte insieme a condividere un palcoscenico e un pubblico che superò di gran lunga le aspettative (più di 6000 persone).

Il co-curatore della mostra Oderso Rubini (insieme a Anna Persiani), fondatore di Harpo’s Bazar, è stato anche organizzatore originario del festival, un appassionato collezionista di memorabila che da allora non ha mai abbandonato il settore musicale a tutto tondo (eventi, editoria, produzioni discografiche) ed è quindi la persona più adatta per rievocare in maniera corretta quel periodo di cui fa parte a pieno titolo da protagonista.

 

Una cosa però ci tiene in particolare a sottolineare Rubini rispetto alla mostra di oggi “Qui non interessano gli esercizi di memoria, l’evocazione di sentimenti nostalgici, ma la riflessione sul rapporto tra creatività e consumo, tra arte e mercato, per dare un senso all’esistenza e all’arte come metalinguaggio fuori dal tempo che ti mette in contatto con gli altri per ri/costruire, attraverso il potere evocativo delle immagini e dei suoni, un gioco partecipativo e ludico con il quale ri/aprire i canali di comunicazione con le nuove generazioni”.

Centinaia di “pezzi” sono esposti nella “Project roomdel Mambo – a cui si accede ascoltando un ipotetico colloquio tra il compianto Freak Antoni degli Skiantos e Umberto Eco (scritto da Gianluca Morozzi e supervisionato da Roberto Grandi presidente dell’Istituzione Bologna musei) – che offrono diversi piani di lettura: fotografie, comunicati e rassegne stampa, mixer e sintetizzatori dell’epoca, collage originali di Traumfabkrik (Andrea Pazienza, Flippo Scozzari, Giampietro Huber, Giorgo Lavagna), tavole originali e dipinti (come il ritratto di Frak Antoni di Piero Manai), una fantasiosa rievocazione del famoso “treno di John Cage” e tante copertine di vinili, mentre il video del concerto scorre a loop sullo schermo. Ognuno di questi pezzi porta in sè il concetto oggi tanto decantato del diy, tutto era “do it yourself“, perchè non c’erano mezzi per fare altrimenti e perchè nessuno voleva imposizioni dettate dall’alto: le cassette e i vinili, le fanzine, i primi video amatoriali, la grafica dei manifesti, i fumetti che non erano più solo per l’infanzia, l’organizzazione dei concerti.

I visitatori di “Pensatevi liberi” saranno “aiutati” nel percorso espositivo dal progetto di realtà aumentata fruibile gratuitamente attraverso lo smartphone e realizzato da Vitruvium virtual museum. Tutto per evocare la parola che meglio rappresenta questa mostra: contaminazione, come dice ancora Oderso Rubini “… musica, video, arte, fumetti, grafica comunicazione e politica si sono intersecate in una maniera istintiva, in qualche modo nuova, a volte incoerente e casuale determinando un processo creativo probabilmente irripetibile con quelle modalità. Una rete ante litteram, una felice ibridazione di menti”.

di Angela Zocco

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16 Maggio 2019
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