lunedì 10 Agosto 2026

Anche Fresu nel nuovo disco del deejay italiano famoso nel mondo. Come cambia la dance oggi?

Intervista a Francesco Zappalà, 40 anni in consolle

E’ possibile sentire la tromba di Paolo Fresu all’interno di un tappeto sonoro dance? La risposta è: si, e ci sta pure benissimo! Accade in Great Reset, nuovo brano orgogliosamente ballabile firmato da Francesco Zappalà, uno degli artisti italiani che hanno fatto la storia della dance music internazionale. Il quasi sessantenne Zappalà oggi vive in Puglia, dopo anni trascorsi a Berlino, a Milano ed in giro per le discoteche di tutta Europa, ovunque ci fosse una consolle ed un pubblico con voglia di divertirsi. E’ stato lui il primo italiano a trionfare a New York (nella roboante Battle for World Supremacy, sfida tra deejay da tutto il globo) ed alla Wembley Arena in tempi di house e techno imperanti. Oggi Zappalà torna con un prodotto discografico personale, Antropocene, impreziosito proprio dalla presenza di Fresu, un maestro del jazz aperto alle mille contaminazioni del pentagramma.

Francesco, perché un disco dance con questo titolo impegnativo: Antropocene?

L’ho pensato come riflessione sul nostro tempo, su come abbiamo plasmato la terra, la natura, il pianeta. Mi sono immaginato che in un futuro tutto da raccontare ci saranno i reperti di questo nostro presente. E così ci sarà la riscoperta del suono del presente. In un qualche modo questo è un disco elettronico che vorrebbe rimanere anche domani e nel futuro….

Come è nata la collaborazione con Paolo Fresu?

Una troupe di Rai Cinema girava a Tropea un film, Conversazioni con altre donne, di Filippo Conz. Gli serviva un dee jay e mi hanno coinvolto. Le musiche del film erano curate proprio da Fresu, così ci siamo incontrati. Quella traccia registrata insieme l’ho utilizzata nel mio nuovo disco, e così è nato Great reset. Si riferisce un po’ al mondo che ha bisogno di rimettersi in moto ed un po’ al mio personale ripartire: dopo tante cose vissute, dopo il Covid, dopo il ritorno a vivere al Sud…

Questa nuova produzione celebra 40 anni di vita artistica. Ha mai pensato a quale sia la caratteristica del suo successo nel mondo sterminato dei deejay?

Mi attribuiscono un carisma particolare dietro la consolle. Credo di trasmettere ritmo ed emozioni alle persone che ballano anche con il linguaggio del corpo. Anche un gesto aiuta a far star bene.

Lei è partito nella prima metà degli anni ‘80 dalle discoteche di Palermo: se si guarda indietro cosa vede?

Vedo una storia musicale che mi ha dato una direzione di vita. Mi ricordo ancora quando avevo tre anni e stavo davanti al giradischi di famiglia per sentirne il ritmo. Ho avuto un’adolescenza tumultuosa e fortunatamente la musica mi è arrivata nel cuore, ascoltando la radio, il pop ed il rap, i Depeche Mode ed i Run DMC. Poi ho fatto i primi esperimenti mixando i dischi fino a quel 1986 in cui vincevo la prima Coppa da dee jay, alla discoteca Zanussi di Roma, dove si sfidavano quelli che alla consolle volevano spaccare il mondo: un’emozione unica. Fare lo scratch in quegli anni non era una cosa molto comune e così ho iniziato una carriera che è esplosa quando le gare di Disco Mix Club hanno iniziato a diffondersi ovunque e molto spesso ne uscivo vincitore. Il salto a New York e Londra è stata la consacrazione.

Era anche il periodo d’oro delle radio e delle discoteche trasgressive….

Lavoravo a Radio 105, ma volevo entrare nel circuito delle serate più d’avanguardia, in locali che sperimentavano. Era il periodo dei rave, di Exogroove e del Cocoricò come massima location della dance italiana. E’ lì che ho fatto il salto con serate da migliaia di persone.

La musica oggi sta cambiando, i cantautori sfioriscono, Sal Da Vinci trionfa, la trap impazza, i giovani seguono Spotify e le classifiche si fanno a colpi di “like”. E le discoteche, i templi del divertimento notturno: sono cambiate anche loro?

Negli anni ‘80 e ‘90 la dance era più consapevole, intima, fruibile. Ci si incontrava in locali dove entravano da duecento persone fino a cinquemila persone, ma c’era partecipazione, interazione, dialogo. Oggi è tutto più liquido e indistinto: ci sono queste feste oceaniche, bellissime di certo, ma che rischiano di non creare un vero rapporto. C’è una fruizione molto distratta. L’ambiente discoteca che c’era una volta è quasi finito, almeno per come lo conoscevamo ed amavamo. Ne sono rimaste poche, sostituite dai discobar e dai beach party. Per fortuna ci sono locali come il Cocoricò e lo Space, qui in Italia, ma il cambiamento anche di questi posti è percepibile. C’è da dire che chi segue questa musica, l’autentica techno, sa dove trovarla. E va soprattutto a Berlino.

E quindi lei?


Sono tornato all’inizio. Ho vissuto gli ultimi venti anni di produzione e di lavoro artistico immerso nelle tecnologie, ora torno alle origini della dance. Sono tornato al vinile, alla ricerca di sequenze dal vivo, inseguendo soprattutto l’interazione umana con la tecnologia.

Ieri e oggi, tempi andati e tempi presenti: cosa salvare e cosa buttare di entrambi?

La dance era uno stile di vita, con le discoteche piene alla domenica pomeriggio. Gli anni ‘90 sono stati entusiasmanti. Oggi è tutto diverso. Ma non faccio la morale al nostro tempo, perché il cambiamento fa parte del gioco dell’umanità. Ci sono sicuramente dei cambiamenti di generazione, di linguaggi e di attese. Quando faccio serate e vedo dei giovani davanti a me sento che sono colpiti da cose che per noi sono quasi scontate, ritmi, scelte, atteggiamenti, contaminazioni, anche silenzi. Credo che in una parte del mondo giovanile ci sia molta curiosità. Dobbiamo tutti investire su questo atteggiamento, perché è la curiosità che fa muovere le persone. Ieri come oggi.

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