Nuova Zelanda, parla l’esperta: “E’ puro terrorismo islamofobo”

"Quanto avvenuto in Nuova Zelanda deve essere definito un atto di terrorismo islamofobo: il bersaglio e' chiaro"
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – “L’attentato in Nuova Zelanda non e’ un caso isolato: dimostra che islamofobia e xenofobia stanno crescendo a livello inernazionale. D’altronde, i musulmani sono sempre piu’ target di violenze: insulti verbali, abusi fisici, fino alle stragi”. Con l’agenzia ‘Dire’ parla Renata Pepicelli, docente di islamistica presso l’Universita’ di Pisa, a poche ore dall’uccisione in due moschee di Christchurch di oltre 40 fedeli, riuniti per la tradizionale preghiera del venerdi’, per mano di un attentatore autraliano di 28 anni, Brendon Terrant.

“Quello che ci sfugge e’ che i misulmani sono, a livello globale, le principali vittime del terrorismo internazionale” dice Pepicelli. Che cita gli studi realizzati dal sociologo Fabrizio Ciocca proprio su questo tema. Ciocca ad esempio mette in luce che nel 2016 i musulmani rimasti uccisi in attacchi terroristici sono stati 20mila, sulle 25mila vittime a livello mondiale: l’equivalente dell’80% del totale (dati tratti dal Global Terrorism Database). Tuttavia, osserva Pepicelli, “la nostra societa’ non e’ disposta a vedere questi numeri”.

L’islamologa prosegue: “Leggendo il manifesto stesso dell’attentatore di oggi e’ possibile individuare una certa strategia di ‘violenza bianca’ verso i musulmani, i migranti o comunque tutti quegli individui percepiti come ‘diversi’ da una presunta maggioranza di persone”. Si tratta pero’ di un terrorismo “che ha come target non solo le minoranze, ma anche chi si batte per il diritto ad emigrare, o a professare religioni differenti”.

Non a caso, sottolinea Pepicelli, “Brendon Terrant nel suo messaggio ammette di essersi ispirato a Anders Breivik”, l’autore della strage di Utoya nel 2011, in Norvegia. “Breivik a Utoya colpi’ un gruppo di giovani perche’ erano laburisti, quindi favorevoli alle politiche migratorie. Li considero’ pericolosi perche’ ‘anti-bianchi'”.

Ma il massacro di Christchurch, secondo l’esperta, puo’ aiutare a cogliere anche un altro elemento importante: “Media e istituzioni definiscono personaggi come Breivik come persone affette da disturbi mentali. Se pero’ l’attentatore e’ un musulmano, allora si parla subito di terrorismo islamico”.

A partire da questo assunto, evidenzia Pepicelli, “quanto avvenuto oggi in Nuova Zelanda deve essere definito un atto di terrorismo islamofobo: il bersaglio e’ chiaro”.

Ma se da un lato studiosi, centri di ricerca e think tank spendono tempo e denaro ad analizzare aspetti e cause del radicalismo islamico, secondo la studiosa “non viene dedicata affatto la stessa attenzione alle crescenti forme di pratiche terroriste non derivanti da una lettura distorta dell’Islam e che stanno prendendo piede in tanti Paesi e contesti diversi”. Come appunto, il cosiddetto suprematismo bianco.

Una possibile spiegazione, suggerisce Pepicelli, sta nel fatto che “la centralita’ dell’islam come minaccia e’ un concetto che prevale ormai da anni: ha preso le mosse all’indomani della caduta del Muro di Berlino, sostituendosi allo ‘spettro’ del comunismo, per affermarsi definitivamente come ‘nemico’ nel 2001 con gli attentati negli Stati Uniti”. Quindi, la consacrazione nel 2013-2014 con l’avvento del gruppo Stato islamico (Isis).

Secondo Pepicelli, il risultato e’ che cittadini comuni di fede islamica in Italia come nel resto dei Paesi europei sono sempre piu’ vittime di violenze e discriminazioni: “In Italia le donne velate ad esempio subiscono quotidianamente abusi, ma ne’ i media ne’ le istituzioni condannano con sufficiente forza questo fenomeno”.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Agenzia DIRE - Iscritta al Tribunale di Roma – sezione stampa – al n.341/88 del 08/06/1988 Editore: Com.e – Comunicazione&Editoria srl Corso d’Italia, 38a 00198 Roma – C.F. 08252061000 Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»