“Tutti sono un numero”: un tuffo nella Napoli degli anni ’70

Terzo libro per Claudio Metallo. Protagonista Mimmo Tarsitano, star di Tele Napoli Nuova, mago ciarlatano che si muove tra gli studi televisivi e la malavita
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tutti sono un numero_copertinaBOLOGNA – Fine anni ’70. La Napoli della camorra e della speculazione edilizia. Della cocaina e delle ‘femmine’. E’ l’ambiente di Mimmo Tarsitano, star di Tele Napoli Nuova, mago ciarlatano che si muove furbescamente tra gli studi televisivi e la malavita, trovando anche il tempo per le belle donne. Nessun romanticismo però, ma molta ironia, in “Tutti sono un numero” (CasaSirio Editore), terzo libro di Claudio Metallo, scrittore e documentarista calabrese trapiantato sotto il Vesuvio.

“Il programma di Mimmo Tarsitano era una delle punte di diamante di Tele Napoli Nuova. Il mago era bravo con le parole… Era pure belloccio… Lui aveva il fascino e i denari e sapeva come spenderli per far crescere entrambi. In televisione la bella presenza aveva il suo peso. Non è che ci potevano mettere uno brutto come ‘nu cesso a fare sentire coccolata e capita la signora Titina da casa”.

Perché come protagonista hai scelto un mago televisivo? Uno che, come racconti, si approfitta delle persone, soprattutto le più fragili. E il protagonista, così fissato con la Smorfia, ha a che fare con il titolo del libro?

“Volevo far partire il romanzo dalla nascita delle televisioni private, il personaggio più divertente da scrivere – e spero anche da leggere – era sicuramente la figura di un mago televisivo. Un imbroglione, imbonitore e viscido. Nel mondo della speculazione sono tre aggettivi che potrebbero calzare a pennello a un costruttore, un architetto, un venditore di case. Per quanto riguarda la Smorfia, mi divertiva arricchire il personaggio della capacità di affibbiare a qualsiasi persona, cosa o situazione un numero. In qualche modo è la parte umana di questo personaggio, che anche mentre gli sparano addosso ha questo momento di trance in cui snocciola numeri. Il titolo di fatto rispecchia questo aspetto, ma è anche il fil rouge dei miei romanzi. Nelle due precedenti storie (‘Come una foglia al vento’ e ‘Vangelo di malavita’) i protagonisti vengono avvinghiati dal racconto, trascinati nelle vicende che subiscono senza riuscire a uscirne. Questa idea è legata alla letteratura noir i cui personaggi sono spesso portati a occuparsi di vicende che non li riguardano direttamente, ma è il fato che ce li porta. Potremmo aprire un grande dibattito sul rapporto tra tragedia greca e noir, ma mi limiterò ad aggiungere che è una delle differenze tra giallo e noir. Nel primo la domanda è “Chi ha commesso l’omicidio?”, nel secondo “Come si tirerà fuori da questa storia il nostro detective?””.

“Il costruttore Di Giacomo, amico intimo e personale di Justine, gli aveva detto che con la manutenzione non si facevano i soldi. I denari si facevano costruendo, poi gli aveva raccontato del periodo paradisiaco e fantastico in cui Achille Lauro, ‘o comandante, era riuscito a fare sbancare mezzo centro storico con la scusa di un nuovo risanamento. ‘O comandante fu sindaco della città dal ’52 al ’57”.

Il tuo libro è anche politico. Parli della speculazione edilizia, citi il famoso ‘laurismo’ (la scarpa sinistra prima del voto e quella destra dopo). Il sistema politico e clientelare che racconti nel libro esiste ancora?

“Perdura più del calcare ostinato! La speculazione edilizia ha devastato le nostre coste e le nostre montagne. Prendiamo l’esempio della zona di Castel Volturno e la sua pineta sostituita dal cemento armato, o la costa calabrese da Scalea in giù, passando per Praia e Belvedere. C’è ancora qualcuno che ricorda gli oleandri, che ormai sono praticamente spariti da quelle zone. C’è anche un aspetto politico: i governi italiani degli anni ’80 sono stati gestiti dalle persone che avevano lasciato campo libero agli speculatori in cambio di voti, soldi e favori. Penso ai socialisti legati ai grandi immobiliaristi milanesi o ai democristiani che hanno tratto grande potere dalle speculazioni del post-terremoto in Irpinia. Se parliamo del presente, ci sono gli esempi devastanti del nuovo palazzo della regione Lombardia, costruito sul bosco di Gioia a Milano. Oppure ci sono città come Bologna dove c’è un enorme problema abitativo (è di qualche giorno fa l’appello di alcuni professori universitari per regolamentare i B&B e gli AirB&B) e il Comune decide di fare la guerra a uno spazio sociale importante come XM24, in nome della speculazione edilizia travestita da riqualificazione urbana. Due paroline magiche che ascolto fin quando studiavo in quella città, e ti parlo di vent’anni fa. Per quanto riguarda le clientele, prendiamo le ultime elezioni regionali in Calabria in cui è andato a votare il 44% degli aventi diritto. Se andiamo a controllare le preferenze dei candidati delle singole liste, possiamo affermare che moltissime persone che sono andata a votare lo ha fatto per clientela”.

Per certi versi Mimmo Tarsitano mi ha ricordato Tony Pagoda di Sorrentino in Hanno tutti ragione. Lo conosci? E’ stato un riferimento?

“Per nulla. Ho letto il romanzo quando è uscito. Secondo me sono personaggi molto diversi sia per aspirazioni che per vissuto personale. Tutti sono un numero è un romanzo d’azione, pieno di battute e situazioni comiche pur trattando di malavita, speculazioni e omicidi. Mi sono ispirato ai poliziotteschi degli anni ’70 e alla tradizione delle sceneggiata napoletana, in particolare a quella di Mario Merola, poi ho cercato di metterci l’ironia che è alla base di ogni mio lavoro. Mi devo divertire per primo io a scrivere il romanzo, altrimenti non ci lavoro proprio”.

Come hai fatto a calarti così bene in un dialetto che comunque non è il tuo?

“Napoli è la città dove vivo e la frequento con assiduità da circa quindici anni. L’idioma locale, per me che sono calabrese, è stato di facile comprensione. Il napoletano è un dialetto che tutti conosciamo un po’ per via di Totò, della grande tradizione canora o di De Filippo. Nel romanzo mi ha aiutato Lucia Biondi che ha studiato il napoletano, anche se abbiamo deciso di italianizzare alcune parole per renderle più comprensibili a tutti. Io venivo da Vangelo di malavita che è completamente scritto in calabrese stretto senza nessuna pietà per il lettore. Tutti sono un numero ha solo alcuni dialoghi “in lingua”, passami il termine. Rispetto all’utilizzo del dialetto, penso che una storia del genere non potesse essere scritta utilizzando un italiano perfetto e un linguaggio pulito, soprattutto nei dialoghi. Si sarebbe persa persa per strada l’anima dei personaggi”.

“Peppe ‘o bob s’era bruciato la testa con la cocaina. Ed era pure normale, visto che teneva trentadue anni, guadagnava soldi a palate, aveva un piccolo esercito di trenta fedelissimi ed era stato uno dei primi a fiutare il business dei rifiuti creando discariche abusive. Stava così fora ca’ capa che per avere quell’unico figlio aveva organizzato un casting per scegliere la femmina con le caratteristiche migliori per far nascere un bimbo che sarebbe diventato un uomo forte e in salute”.

Nel tuo libro sembra che non ci sia riscatto per nessuno. Soprattutto per le donne. Superficiali, attaccate al potere e traditrici. E vengono uccise. Hai pensato al fatto che magari potresti mandare un messaggio pericoloso?

“La questione è che nel mio romanzo gli uomini sono degli stronzi e si comportano come tali. Mimmo Tarsitano non è un simpatico imbroglione: è uno schifoso, un sessista che immagina le donne solo come oggetti sessuali. Esattamente l’immaginario che hanno contribuito a creare le tv private. Queste emittenti si fondano sullo sfruttamento del corpo della donna, non avrebbero avuto successo se non ci fossero state donne da mostrare e maschi a guardare. Su questo aspetto, consiglio di vedere o rivedere ‘Videocracy’ di Erik Gandini. Inoltre, le mie sono storie di malavita e malaffare e, senza spoilerare, queste donne subiscono violenza proprio perché, in un mondo dominato da uomini, pensano a torto che la via per l’emancipazione sia seguire il modello maschile, ma questo i maschi non l’accettano”.

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16 Febbraio 2020
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