ROMA – L’Africa, il continente così prossimo all’Europa per geografia ma soprattutto legami storici, culturali e politici, appare sempre più lontano per indicatori democratici, macroeconomici e relazioni economico-commerciali. A dominare queste ultime, Pechino, che nel Forum Africa-Cina del 2024 affermò a chiare lettere di “essere al fianco dello sviluppo dei Paesi africani” con un investimento pronto di 50 miliardi di dollari in infrastrutture energetiche verdi e altri settori strategici. L’Europa può dirsi definitivamente superata? Ma, soprattutto, l’Europa è veramente interessata allo sviluppo dei Paesi africani? A porre queste domande è Arrigo Pallotti, docente di Storia e istituzioni dell’Africa presso l’Università di Bologna. I suoi uditori e interlocutori sono i giovani giornalisti, content creator e operatori dell’informazione che dall’11 al 13 dicembre hanno partecipato al Corso di formazione europeo nella redazione bolognese dell’agenzia Dire, co-organizzatrice con il service Total Eu dell’iniziativa, promossa dal Parlamento Ue. Pallotti argomenta: “Solitamente si dice che la principale differenza tra l’approccio Ue rispetto a quello cinese è che la prima garantisce i diritti umani“, un assunto che secondo il docente “forse non è più così vero“, guardando agli accordi che i singoli Stati membri e l’Unione europea hanno stretto con i governi africani autoritari per contenere le partenze dei migranti. Ne è un esempio quello del 2024 tra Italia e Tunisia, e i numeri “le danno ragione, per ora: gli arrivi sono diminuiti. Ma non è detto che sarà così anche in futuro”.
IL NODO DELLE MIGRAZIONI
Le migrazioni, tema così divisivo e polarizzante nei dibattiti politici nazionali ed europei, è un fenomeno “drammatico”, prosegue il professore, che rivela quanto “i fondi in cooperazione allo sviluppo siano stati usati male”, a partire dall’Eu Trust Fund for Africa da 5 miliardi. Questo perché “si finanziano progetti a caso, senza visione, guidati dallo slogan ‘aiutiamoli a casa loro’”. Anche il Piano Mattei per l’Africa promosso dal governo Meloni, secondo Pallotti, non ha “tenuto in gran conto i Paesi beneficiari”. Ma gli interventi in sviluppo, anche quelli – o soprattutto quelli – realizzati da investitori privati “diventano inutili, se non sono inclusivi. La crescita economica in sé non basta” se non è portatrice di “prosperità”. I Paesi occidentali storicamente prendono dall’Africa le materie prime di cui le loro manifatture hanno bisogno, ma “estrarre petrolio o oro non crea molti posti di lavoro”. Non averlo fatto, ha prodotto la condizione attuale: “I livelli di disuguaglianza e povertà nei Paesi africani– avverte Pallotti- restano molto alti, non solo tra Paesi ma anche tra singole regioni, anzi, negli ultimi 20 anni non hanno teso affatto a scendere in maniera significativa. Il reddito pro capite resta esiguo, ma mentre una donna europea ha in media 1,2 figli, una donna africana ne ha 4,2. Se negli anni Novanta le persone che vivevano con 3 dollari al giorno erano 390 milioni, oggi sono 600 milioni”. La mancanza di investimenti in sviluppo inclusivo, in grado di portare opportunità e benessere a tutte le fasce della popolazione, “ha finito per incentivare il lavoro informale e precario“: venditori ambulanti, autisti di pulmini o moto-taxi oppure minatori impiegati in siti estrattivi illegali, tra cui anche minori, senza tutele né paghe adeguate. “Per questo i giovani decidono di emigrare“, osserva l’esperto, “perché giustamente cercano qualcosa di migliore e di diverso”.
IL RINASCIMENTO AFRICANO DEGLI ANNI NOVANTA
Il ritardo africano è da imputare al deficit di visione della ricca Europa, che non seppe cogliere “il rinascimento africano” degli anni Novanta, quando si assistette “al ritorno alle democrazie in molti Paesi africani”. Quegli stessi governi che avevano promesso cambiamenti democratici si ritrovarono economie stagnanti e grande malcontento, così “pur di non perdere le elezioni- spiega Pallotti- in molti optarono per ondate di arresti tra attivisti e oppositori”. Il docente tiene comunque a sottolineare: “Non è vero che l’Africa non è adatta alla democrazia per cultura, al contrario abbiamo visto i giovani che sono disposti a morire per difenderla, come nelle recenti proteste seguite alle elezioni presidenziali in Tanzania o nell’assalto ai palazzi del potere dello scorso anno in Kenya”. Il suggerimento dello storico è di “dare finalmente il giusto peso alla determinazione con cui i leader africani intendono restare al potere, da un lato, e alla pluralità di partiti e soggetti della società civile dall’altro, come i giovani, che chiedono un cambiamento”. Ora che la democrazia è entrata in crisi anche in Europa e negli Stati Uniti, secondo Pallotti, “è importante capire in che modo il deficit democratico aumenta le disuguaglianze poiché i poveri aumentano anche da noi“.




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