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L’ex procuratrice della Corte penale internazionale: “Niente politica, io sto con le vittime”

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Fatou Bensouda, nata 60 anni fa in Gambia, traccia un bilancio del mandato concluso nel giugno scorso in un'intervista con l'agenzia Dire
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ROMA – La Corte penale internazionale “non può prendere decisioni sulla base di valutazioni politiche in nessun caso” ma deve attenersi “ai fatti, alla legge e alle prove”. Un imperativo, questo, che vale anche per la Libia, ora alla prova delle prime elezioni presidenziali dopo anni. “Il caso del candidato Saif al-Gheddafi è ancora aperto, dovrebbe presentarsi davanti ai giudici”: non cede di un passo Fatou Bensouda, la ex procuratrice capo del tribunale con sede all’Aia, nei Paesi Bassi.

La giurista, nata 60 anni fa in Gambia, traccia un bilancio del mandato concluso nel giugno scorso in un’intervista con l’agenzia Dire. L’incontro avviene in una sala del museo dell’antichità dell’Università La Sapienza di Roma. L’occasione è un seminario internazionale sulla tutela del patrimonio archeologico e culturale in tempi di conflitto e in tempi di pace, organizzato dall’ateneo romano con la McGill University di Montréal e promosso dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale.

Sullo sfondo di statue e calchi dell’età classica, Bensouda ritorna su alcuni aspetti dei suoi nove anni da procuratrice, terminati con il passaggio di consegne al giurista britannico Karim Ahmad Khan. Un periodo, quello trascorso all’Aia, segnato da polemiche anche accese, come quelle che nel 2020 valsero a lei e altri esponenti del suo staff sanzioni da parte del governo americano dell’allora presidente Donald Trump, indispettito dalla determinazione di Bensouda a indagare su violazioni commesse dalle forze armate americane in Afghanistan. Le sanzioni sono state rimosse ad aprile dall’amministrazione del nuovo presidente Joe Biden ma offrono comunque uno spunto di riflessione. “Farsi influenzare dalla politica significherebbe prendere una piega molto pericolosa”, sottolinea l’ex procuratrice. “Il nostro compito è capire se una data violazione è avvenuta, se si tratta di un crimine contro l’umanità o di un genocidio: in questo non ci possono essere valutazioni politiche”.

Eppure i temi su cui si deve pronunciare la Corte hanno spesso una dimensione di attualità stringente, che a volte i complessi avvicendamenti della storia rendono ancora più spinosi. È il caso di Saif Al-Islam Gheddafi, figlio del colonello Muammar, al potere in Libia per oltre 40 anni. Sul politico, candidato alla presidenza per le elezioni che si dovrebbero tenere il 24 dicembre, pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale per presunti crimini contro l’umanità. I fatti contestati risalgono alla gestione delle proteste del 2011, durante la mobilitazione di piazza che culminò nella caduta e nell’uccisione di Muammar Gheddafi.

“Non è mio compito pronunciarmi sulla politica libica”, premette Bansouda, che ricorda: “I legali di Gheddafi hanno presentato ricorso contro l’ammissibilità del suo caso presso la Corte e hanno perso: il loro assistito si deve presentare in tribunale”.

Alcuni dei procedimenti che sono stati affrontati da Bensouda durante lasciano presagire nuove complessità per il suo successore alla Corte. A febbraio di quest’anno il governo di transizione del Sudan aveva annunciato la decisione di permettere l’estradizione dell’ex presidente Omar al-Bashir, al potere dal 1989 al 2019. L’ex capo di Stato, in carcere a Khartoum, dove è stato condannato per reati legati alla corruzione, è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità e di genocidio dalla Corte dell’Aia in relazione al conflitto nella regione del Darfur. Nei suoi confronti sono stati spiccati due mandati di cattura internazionali.

A ottobre di quest’anno, i militari guidati dal generale Abdelfattah al-Burhan, presidente del Consiglio sovrano di transizione nato proprio dopo la rivolta popolare e l’intervento dell’esercito che hanno messo fine al potere di al-Bashir, ha rovesciato l’esecutivo con un golpe, sia pur facendo poi una parziale marcia indietro. “È chiaro che quanto successo rischia di avere un impatto su tutto il procedimento dell’ex capo di Stato, anche alla luce del fatto che le persone che hanno condotto il golpe hanno legami con al-Bashir”, commenta Bensouda.

La giurista si è recata in Sudan nel suo ultimo viaggio come procuratrice, a maggio. Il suo riferimento, nell’intervista, è al ruolo di primo piano avuto dal generale al-Burhan nel regime di al-Bashir.
Bensouda chiude il cerchio riallacciandosi al tema della conferenza che l’ha spinta a recarsi a Roma, la città dove nel 1998 è stato siglato l’omonimo Statuto, il trattato istitutivo della Corte dell’Aia. “Tutelare il patrimonio culturale e archeologico significa tutelare la nostra identità e garantire la possibilità di trasmettere i nostri valori alle future generazioni”, dice Bensouda. “Nel 2016 abbiamo condannato Ahmad Al Faqi Al Mahdi, uno dei responsabili dell’occupazione jihadista di Timbuctù, nel nord del Mali, con l’accusa specifica di aver deliberatamente distrutto edifici dal grande valore storico, culturale e religioso: è stato un passo importante, che ci ha ricordato che abbiamo strumenti legali importanti, come gli articoli sette e otto dello Statuto di Roma.

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