Il Summit delle Diaspore ricomincia da tre: “Ora fase nuova”

A Roma la terza edizione. Durante l'incontro, anche un focus sull'informazione: "Nelle redazioni dovrebbero trovare posto colleghi con radici diverse"
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ROMA – “Non so cosa sarà domani ma sono felice” dice Cleophas Adrien Dioma, il coordinatore del Summit nazionale delle diaspore. Sono trascorsi tre anni dall’avvio del progetto e l’ultima edizione, a Roma, al Centro congressi della Pontificia università Tommaso d’Aquino, è allo stesso tempo occasione per tirare le somme e guardare al futuro. “Bilancio positivo” risponde all’agenzia Dire Luca Maestripieri, direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), sostenitrice chiave del Summit insieme con Fondazione Charlemagne e Fondazioni for Africa.

La prospettiva resta favorire la partecipazione delle comunità con esperienza migratoria ai progetti per la crescita dei loro Paesi d’origine.

Nel corso dei tre anni, segnati in Italia dalla riforma della cooperazione che indica nelle “diaspore” un interlocutore fondamentale, sono però stati esplorati limiti e tentate strade nuove. Di questo, guardando alle “prossime edizioni” del Summit, parla ancora Maestripieri: “L’incontro del mondo delle comunità delle diaspore con il settore privato, non solo non profit ma anche profit, è uno dei percorsi da immaginare nell’immediato futuro”. Il bilancio dell’impegno di aggregazione già assolto, con decine di incontri che hanno coinvolto oltre 300 associazioni in tutta Italia e l’attenzione particolare per le imprese gestite da migranti, si intreccia dunque alla riflessione sul futuro. “Abbiamo lavorato al fianco delle comunità per farle crescere e per permettergli di approfondire le proprie competenze” sottolinea Dioma, convinto che il percorso sia “lungo” e gli obiettivi “altissimi”. Alla Tommaso d’Aquino la parola se la prendono soprattutto le diaspore, con le loro associazioni. Ecco Abdullahi Ahmed, presidente di Generazione Ponte: per rafforzare la cooperazione allo sviluppo suggerisce di riprendere in mano il Manifesto di Ventotene, “un esempio di dialogo che ha permesso di ricostruire l’Europa sulla pace”. Lo sguardo è anche alla sua Somalia, Paese natale ancora segnato da violenze, riferimento importante per la politica internazionale dell’Italia, solo uno tra tanti per il Summit. In un video-messaggio parla di diaspore a 360 gradi la vice-ministra degli Esteri, Emanuela Del Re. La sua premessa è che le rimesse inviate dai migranti nei loro Paesi d’origine hanno un ruolo chiave in una prospettiva di sviluppo. E poi c’è l’investimento che viene fatto qui in Italia: “Solo la comunità albanese – calcola Del Re – è titolare di 30mila imprese”. Dalla terza edizione del Summit, chiusura di una prima fase del progetto centrata su mappatura, aggregazione e coinvolgimento delle associazioni, emerge più di un appello. “Non si può essere stranieri per sempre, bisogna poter essere cittadini attivi e partecipare appieno della vita sociale” dicono nell’emiciclo del Centro congressi. Del rapporto tra l’Italia e il mondo e di frontiere sempre più impalpabili si parla poi in un panel sull'”informazione che cambia” e le “notizie dell’Italia plurale”. La riflessione è anticipata dallo scrittore italo-senegalese Pap Khouma, che dà l’interculturalità come dato di fatto. “Le verità sono tre” dice: “La mia, la tua e la verità”. Miruna Cajvaneanu, cronista di origini rumene, denuncia “storture” e “narrazioni sempre negative” sulle migrazioni. Un punto evidenziato anche dallo scrittore Tahar Lamri, arrivato in Italia dall’Algeria nel 1986, secondo il quale “gli insulti restano e a cambiare è solo la natura del razzismo”.

Anna Meli, dell’associazione Carta di Roma, chiede di aprirsi al mondo cominciando dai tg, “che hanno un numero di notizie sugli altri Paesi molto basso”. Secondo Vincenzo Giardina, della Dire, organizzatrice quest’anno insieme con il Summit di una serie di incontri con la “stampa multiculturale”, nelle redazioni dovrebbe trovare posto anche chi ha altre radici. “Colleghi che con il loro talento e la loro professionalità – dice il giornalista – aggiungerebbero prospettive e consentirebbero di raccontare meglio l’Italia e il mondo”. Gli appelli a coinvolgere le associazioni nel sistema della cooperazione – “Vogliamo prendano soldi e partecipino ai progetti, diventando ponte tra l’Italia e i Paesi di origine” dice Emilio Ciarlo, responsabile comunicazione di Aics – si intrecciano ai racconti di vita e difficoltà quotidiane. Strappa un sorriso Ahmad Ejaz, giornalista nato in Pakistan da oltre 20 anni in Italia: “Una volta una mia vicina, saputo che venivo dal Pakistan, mi disse: ‘Bene, anche la mia filippina viene dalla Somalia’”.

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15 Dicembre 2019
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