Il giornalismo serve alla verità, non ad essere imparziali

Oriana Fallaci: "Non mi sento e non mi sentirò mai come un freddo registratore di ciò che vedo e sento"
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ROMA – Imparzialità o verità. Una questione di metodo, blandita come vessillo del cronista perfetto. Non la pensava così Oriana Fallaci, giornalista precoce, inviata di guerra, autrice di romanzi e infine militante devota alla causa di un Occidente assediato e dato in svendita alla cultura islamica come “un panetto di burro infilzato da un coltello”, militante di coraggio esistenziale e politico. Accusata per questo di ‘essere di parte’, non si schermiva dall’accusa, ma la impugnava. “Non mi sento e non mi sentirò mai come un freddo registratore di ciò che vedo e sento. Su ogni esperienza personale lascio brandelli d’anima e partecipo a ciò che vedo o sento come se riguardasse me personalmente e dovessi prendere una posizione”. Lo rivendicava con orgoglio, come mostrano queste sue parole rilasciate in ‘Intervista con la storia’ in contrasto con un giornalismo che definiremmo più sobrio e anglosassone. Il 15 settembre del 2006, a 77 anni, moriva sconfitta da un cancro ai polmoni. Non piace più molto la narrazione del cancro come di una guerra e del malato come un guerriero, ma Oriana così descriveva se stessa, promettendo superba che sarebbe ‘morta in piedi’.  Con la stessa vibrante anima scriveva: “La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato”, concludendo così il suo lungo articolo sui fatti dell’11 settembre. “La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito”. Perché la verità non è imparziale: chi la racconta e sbaglia è senza dubbio condannato, ma chi la trova e la scrive salva se stesso e gli altri. Era questo il giornalismo vissuto quasi con ossessione da questa donna, d’intensi sentimenti e grande forza, quella che serve per sorreggere i rischi di questo mestiere. La sua foto dovrebbe brillare in ogni redazione di questo Paese.

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15 Settembre 2020
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