VIDEO | Colombia, Ramirez (‘Defender libertad’): “Con Duque indietro di 20 anni”

In Colombia proseguono la proteste contro gli abusi delle forze dell'ordine, che in meno di una settimana hanno ucciso almeno 13 persone
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ROMA – “Un salto indietro di 20 anni” nella lotta alla cultura della violenza: queste, secondo Oscar Ramirez, portavoce di Defender la libertad es un asunto de todos, una campagna contro l’uso “illegale” della forza da parte della polizia, le parole più adeguate per descrivere la situazione in Colombia con il governo del presidente Ivan Duque. L’attivista parla con l’agenzia Dire mentre nel Paese vanno avanti da giorni proteste contro gli abusi delle forze dell’ordine, con episodi di violenza ripetuti e la morte di almeno 13 persone durante scontri con la polizia.

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A innescare la contestazione la scomparsa di Javier Ordonez, un avvocato deceduto mentre era in custodia in un Comando de Accion Inmediata (Cai) della polizia a Bogotà, la settimana scorsa. Secondo Ramirez, la morte dell’avvocato è stato “un detonatore”, che ha fatto esplodere tensioni in realtà non nuove. “Per capire quello che sta succedendo – sottolinea il portavoce di Defender Libertad – è necessario tornare indietro alle diverse fasi di mobilitazione che attraversano il Paese dallo scorso novembre, dalle proteste contro le riforme economiche e i tagli al settore sociale del cosiddetto ‘paquetazo’ voluto da Duque”. Fasi di protesta tutte marcate, secondo il portavoce, dalla morte di manifestanti, con ”arresti arbitrari e montature giudiziarie”.

Secondo Ramirez, la risposta delle forze dell’ordine alle manifestazioni “ha contribuito a creare ogni volta una spirale di violenza, un circolo vizioso che ha alimentato nuove tensioni”. Per l’attivista, il governo colombiano in questi mesi “si è dedicato a un sistematico smantellamento dei principi degli accordi di pace”, associando spesso contestatori e “terroristi”, impostando il confronto con i dimostranti come se fosse una scontro militare e “legittimando l’uso della forza letale”.

Il riferimento centrale è agli accordi siglati nel 2016 tra il governo dell’allora presidente Juan Manuel Santos e i combattenti delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejercito del Pueblo (Farc-Ep), che avevano sancito oltre la fine di 50 anni di conflitto armato. Secondo Ramirez, dopo l’intesa “si stava assistendo a un miglioramento della situazione e a una diminuzione delle violenze”. Ora, però, la dinamica sarebbe cambiata: “Stiamo tornando indietro”. Secondo i responsabili di Defender Libertad, il bilancio di questa fase è pesante. Ramirez calcola che “in meno di una settimana di scontri sono morte 13 persone e 300 sono rimaste ferite, delle quali almeno 77 colpite da arma da fuoco”.

A questo si aggiungerebbero sette denunce di torture durante il fermo, e tre di violenze sessuali, riportate dalla ong locale Temblores. Senza contare, continua l’attivista, “casi di arresti ingiustificati e furti di documenti e beni personali delle persone arrestate”.

Domenica il Comune di Bogotà, guidato dalla sindaca Claudia Lopez, ha chiesto scusa per quanto successo con due cerimonie ufficiali. Ramirez dice che la prima cittadina “ha dimostrato di avere poca possibilità di controllo delle forze dell’ordine” e che “ha fatto diversi errori”, ma non esclude la possibilità “di un piano di boicotaggio orchestrato dal governo”. Per l’esecutivo di Duque, invece, non ci sarebbe alcuna attenuante. “A queste apologie dovrebbero seguire atti concreti, come il licenziamento dei poliziotti coinvolti, l’apertura di indagini rispetto ai loro dirigenti” denuncia Ramirez. Per l’attivista, però, le cose sono andate in maniera diversa: “Tre ore dopo la presentazione delle scuse ufficiali, i manifestanti venivano attaccati esattamente come il giorno prima”.

di Brando Ricci

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15 Settembre 2020
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