ROMA – The day after tomorrow, come recitava il titolo di un film post apocalittico di qualche anno fa. Nel giorno successivo al primo clamoroso pesantissimo ko del Governo, consumatosi alla Camera sulla legge elettorale, il centrodestra si ritrova sospeso in un limbo di sospetti, veleni e interrogativi sul futuro della legislatura. Il voto segreto ha registrato una sconfitta per un solo voto di scarto (188 contrari e 187 favorevoli), affossando la proposta di modifica firmata da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc.
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Le minoranze festanti hanno occupato l’emiciclo di Montecitorio urlando “dimissioni” e invocando il ricorso immediato alle urne, ma la complessa architettura istituzionale e le scadenze economiche dicono che la partita è appena cominciata.
LO SPETTRO DEL VOTO ANTICIPATO E IL FRENO DI GIORGETTI
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La collera di Giorgia Meloni per il tradimento dei circa trenta franchi tiratori è emersa in tutta la sua gravità. Alla vigilia del voto, durante una tesa video-call con i suoi vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, la presidente del Consiglio era stata perentoria: in caso di scherzi o imboscate in Aula su questo testo, la risposta sarebbe stata il ritorno immediato alle urne. A bocciatura consumata, il post serale della premier, che parla esplicitamente di una vittoria della “palude” e della necessità di una profonda “riflessione”, ha riacceso lo spettro di uno scioglimento anticipato delle Camere.
A sbarrare la strada alle tentazioni di un ritorno immediato alle urne è intervenuto però il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Il titolare del Mef si è dichiarato totalmente contrario a elezioni anticipate. Secondo Giorgetti, la definizione della prossima legge di Bilancio presenta già spazi di manovra ordinari estremamente ristretti; un’apertura anticipata delle urne complicherebbe la stesura della manovra in modo irreparabile, esponendo la finanza pubblica ad assalti alla diligenza parlamentare. Per questo motivo, l’ipotesi di una salita immediata al Colle viene al momento esclusa da Palazzo Chigi, congelando la crisi formale paventata alla vigilia.
IL SECONDO TEMPO DELLA LEGGE ELETTORALE AL SENATO
Esclusa la caduta immediata del governo, la strategia della maggioranza per salvare l’impianto dello Stabilicum si sposta ora sul palcoscenico del Senato. A tracciare la rotta del riscatto è stato lo stesso presidente di Palazzo Madama, Ignazio La Russa, il quale ha ricordato come l’iter parlamentare offra alla coalizione un immediato secondo tempo. Al Senato, infatti, i regolamenti interni stabiliscono un dettaglio tecnico decisivo: lo scrutinio segreto su questo genere di materie non è ammesso.
Senza lo scudo dell’anonimato garantito dalla pulsantiera elettronica di Montecitorio, i parlamentari dissenzienti non avranno più margini di manovra sotterranea. La Russa ha sottolineato che a Palazzo Madama sarà possibile intervenire in modo anche chirurgico sul testo per reintrodurre la norma sulle preferenze, obbligando gli alleati a esprimersi a viso aperto e sanando quello che viene considerato un semplice infortunio di percorso alla Camera.
LA CACCIA AI TRADITORI E ‘IL PARTITO DEL PAREGGIO’
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Nel frattempo, nella maggioranza infuria la caccia a quelli che i meloniani definiscono i traditori del voto segreto. Dietro i tatticismi parlamentari, il timore strutturale di Giorgia Meloni è l’esistenza di un asse trasversale mirato a conservare l’attuale Rosatellum per pura convenienza personale. Si tratta del cosiddetto “partito del pareggio”, una componente che punta a una legislatura di stallo e priva di una chiara maggioranza politica. Un calcolo pericoloso che, come evidenziato da diversi parlamentari di lungo corso, esporrebbe l’intero centrodestra a un pesante rischio di sconfitta sul territorio in caso di elezioni, motivo per cui la premier intende utilizzare il passaggio al Senato per imporre una rigida disciplina di scuderia.



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