Lo psicologo: “L’uso della bellezza può aprire alla scienza”

La tappa di oggi prevede un incontro con il Prof Ugo Morelli, saggista e psicologo di fama internazionale, responsabile scientifico del progetto e promotore del metodo
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ROMA – Continua il nostro viaggio all’interno del progetto ‘Di bellezza si vive’, selezionato nell’ambito del bando ‘Un passo in avanti’ dall’impresa sociale ‘Con I Bambini’ e giudicato tra i diciotto più innovativi nell’individuare una strategia nazionale di lotta all’impoverimento educativo dei minori. 

Il progetto, della durata di 4 anni, coinvolge 9 partner e ha un approccio multidisciplinare. Il metodo educativo che propone mira a dimostrare come la bellezza – la musica, il teatro, la danza, l’arte visiva, l’educazione o lo stesso paesaggio – rappresenti un’esperienza di estensione del potenziale degli individui da un punto di vista emozionale, cognitivo e comportamentale.

La tappa di oggi prevede un incontro con il Prof Ugo Morelli, saggista e psicologo di fama internazionale, studioso di Scienze Cognitive, Professore di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni presso le Università degli Studi di Bergamo e Federico II di Napoli. È lui il responsabile scientifico del progetto e promotore del metodo basato sui concetti di Research Based Learning e di Embodied-Based Learning,  che lo ispira.

 

Professore, il metodo RBL/EBL è alla base scientifica del progetto Di Bellezza Si Vive, ci può spiegare più nel dettaglio in cosa consiste?

“Tutte le nostre vite di esseri umani sono caratterizzate dalla capacità di agire ma anche di riflettere, in altre parole noi non siamo solo in grado di sapere, ma di sapere di sapere. Ciò che ci distingue dagli animali è l’esperienza, la capacità di fare esperienza, che è mero fatto intersoggettivo e sociale, una questione di relazione, di intersoggettività, appunto. Non a caso parliamo di esperienza già del feto che fa conoscenza del mondo attraverso la madre con tutti i suoi sensi progressivi. Ciò ci fa capire che non ha senso parlare di tabula rasa, prima ancora di nascere accumuliamo esperienza, sulla base delle molteplici forme di interpretazione e valorizzazione della memoria filogenetica. Parlando di educazione, quindi, il concetto su cui ruota il nostro modello è che non si educa trasmettendo informazioni a qualcuno che su un dato fenomeno non sa nulla e non ha fatto esperienza, ma innestando ciò che noi vogliamo proporre su quello che l’altro già sa. Se voglio proporre un quadro di Caravaggio a una persona che non ha mai conosciuto l’arte o non ha gli strumenti per comprenderla, posso fare leva sull’esperienza estetica che ha avuto per natura e cultura: avrà certamente esperito la bellezza attraverso magari gli occhi della mamma, un meraviglioso albero, il gioco che amava da bambino e questo permette di fare perno sulle sue emozioni incarnate (da cui embodied learning, ndr) per innestare la possibilità di farle evolvere, estenderle o di addirittura recuperare energie residue, potenziali o inespresse, dove sono state mortificate, come nel caso della povertà educativa, o come meglio sarebbe dire, dell’impoverimento educativo.

Tutti gli esseri umani sono soggetti portati alla curiosità, e allora perché non innestare, esattamente come fa il contadino, sul patrimonio che già è consolidato? Il metodo è quello della ricerca ma non c’è bisogno di aver frequentato corsi di studi, basta far riferimento, si fa per dire, alla naturale curiosità e all’emozioni di base della ricerca e della giocosità, al fatto che ognuno è nella condizione di aver sperimentato una propria attività di ricerca nel fare un disegno, costruire un oggetto, e ogni esperienza può diventare la base di una attività di ricerca sui propri saperi spontanei e, una volta rilevati, su quelli si possono innestare saperi esogeni che aiutino a crescere. È questa la teoria, e il metodo che ne deriva, alla base del nostro progetto ‘Di Bellezza SI Vive’. Lungi dall’essere solo cosmetica o manifestazione di esteriorità, o riduzione a un canone, la bellezza è la possibilità che ognuno di noi ha di estendere il modello neuorofenomenologico di sé, cioè l’idea di sé, l’idea che abbiamo di noi stessi. Sperimentare la bellezza permetterà di accedere a parti di ognuno e del mondo, fino a quel punto inaccessibili e inesplorate e, specialmente in un contesto di povertà educativa, di spalancare la  possibilità di estensione di ognuno, con ricadute di particolare importanza a livello di gruppi di appartenenza e di riferimento, nella cosiddetta zona di sviluppo prossimale dove si compone e ricompone l’individuazione di ogni persona”. 

 

Lei ha appena concluso la formazione dei formatori che andranno a lavorare con i target, come pensa che il metodo possa integrarsi con le realtà dei partner che  partecipano al progetto.

“Le devo testimoniare una soddisfazione personale per l’innesto sperimentato. Noi stessi abbiamo lavorato con la prospettiva del nostro metodo e fatto esperimenti che ci hanno permesso di cogliere le azioni adatte per lavorare con periferie problematiche, famiglie in difficoltà, bambini in situazioni di impoverimento educativo o condizioni esistenziali difficili. Uno dei partner è l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare ed è stato affascinante osservare come l’uso della Bellezza possa aprire alla scienza, la Bellezza ha un alto potenziale di estensione. Tutto il percorso di formazione ci ha permesso di verificare che buone pratiche sono già in atto, e che queste oggi assumono maggiore rilevanza vista la povertà e la crisi dei processi formativi oltre alla scarsa capacità di socializzazione che la nostra società esprime, in particolare a livello di cura nell’affettività primaria e di funzione pubblica dell’educazione, sia in spazi che in investimenti relazionali. È in quel circuito che si produce l’impoverimento. Allo stesso tempo, ci è chiaro quanto queste stesse pratiche possano trarre un particolare beneficio da una sistemazione metodologica e scientifica. Realtà egregie che necessitano solo di sistematizzazione e di un metodo che ne perfezionino l’efficacia. Si parte dai nostri saperi ingenui per integrarli con dosi appropriate di conoscenza scientifica e di metodo. Il nostro progetto ha un obiettivo: non solo aumentare ma porre al centro l’esperienza estetica e la Bellezza proprio lì dove spontaneamente ti verrebbe da dire: ‘Ma c’entra come i cavoli a merenda!” e dimostrare che, in realtà, è alla base di un processo di apprendimento che può essere rivoluzionario”.

Il progetto è partito in un mondo che nel frattempo è mutato radicalmente a causa della diffusione del Covid-19, in che modo può dare risposte in questa fase e come può mutarsi in corsa alla luce di quanto successo?

“Il virus è stato un evidenziatore, proprio come quelli che si usano per prendere appunti. È quanto ho cercato di mostrare scrivendo un libro in uscita la prima settimana di settembre 2020 dalle Edizioni S. Paolo, il cui titolo sarà Empatie ritrovate. Creare un mondo vivibile. Il virus ha messo in evidenza una serie di fenomeni di cui noi, esseri che faticano a diventare planetari, siamo gli unici artefici: un regime alimentare già rischiosissimo che mette milioni di animali in batterie di allevamento non rispettando tempi e cicli, una globalizzazione totalmente deregolata, una povertà dilagante, uno stile di vita fortemente stressogeno, un inquinamento che ci ha distrutto polmoni e cervello. È ridicolo dire, non ce lo aspettavamo proprio. Qui non siamo di fronte al Cigno Nero di cui parla Nassim Taleb, l’imprevedibilità imperscrutabile che regola di tanto in tanto la storia. Purtroppo si sa benissimo che i salti di specie sono all’ordine del giorno e la pandemia, secondo me e secondo autorevoli studi, era prevedibilissima. Se c’è una spinta positiva che ci viene da questa esperienza è che stiamo capendo che non è più tempo di fermarsi a imparare piccole cose, provvisori aggiustamenti o soluzioni di corto respiro, ma dobbiamo imparare ad imparare. La svolta sarà nell’investimento nell’eccedenza, nell’andare oltre., dando fondo alla capacità creativa umana. La capacità, cioè, che ci rende la specie che non solo sa di sapere e che è in grado di creare quello che prima non c’era. Solo se si istituisce una discontinuità abbiamo una prospettiva da Sapiens Sapiens. Con questo progetto proponiamo un percorso preciso di estensione del mondo interno, di eccedenza, di accesso a ciò a cui non accederemmo senza esperienza di bellezza. In altre parole, noi procediamo con conoscenza tacita e per prove ed errori, questa è la storia della nostra evoluzione ma scopriamo di aver bisogno di andare oltre attraverso l’esperienza della bellezza. Per farle un esempio pratico, le citerò una meravigliosa scena del film Mission la cui colonna sonora è stata scritta dal grande Ennio Morricone, recentemente scomparso. A un certo punto il missionario impersonato da Jeremy Irons ferma l’aggressività degli Indios, attraverso l’esecuzione di un bellissimo brano al flauto: ecco la bellezza, che arriva anche a chi non aveva mai conosciuto la musica. L’arte travalica la distanza abissale che c’è tra un missionario occidentale e tribù cannibali, la musica permette a entrambi di entrare nei mondi altrui e questa semplice ma grandiosa operazione si ripete nel cervello umano”. 

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15 Luglio 2020
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