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Caso Ardea e salute mentale: “L’Italia è piena di ‘bombe ambulanti'”

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La denuncia di un papà. Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep): "Ogni anno 650mila accessi al Pronto Soccorso per motivi psichiatrici"
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ROMA – “Ogni anno sono circa 650.000 i ricorsi al pronto soccorso per motivi psichiatrici. È evidente che sarebbe impossibile immaginare un numero equivalente di persone da sottoporre a stretta vigilanza per eventuali comportamenti violenti, ma di certo c’è da interrogarsi sulle connessioni che possono esistere tra questo primo presidio di intervento sanitario e i percorsi attivati successivamente”. A dirlo è Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep), intervenuto ai microfoni di Radio24 per riflettere sulla condizione della salute mentale in Italia.

Una riflessione che prende spunto dal triplice omicidio avvenuto ad Ardea, domenica scorsa, in cui due bambini e un anziano sono rimasti vittime dei colpi di pistola esplosi da un 34enne con problemi psichici. “Un’immane tragedia il cui punto fondamentale, ora, è capire se potesse essere evitata”, sottolinea l’avvocato della famiglia, Diamante Ceci, intervenuta sempre su Radio24. “Bisogna verificare, attraverso l’attività investigativa- continua Ceci- se ci sono state delle falle nell’abbandonare a se stesse famiglie con soggetti che hanno problemi psichiatrici e quindi bisogna evitare che una tragedia simile possa verificarsi di nuovo. Spero che la Procura farà luce, anche per i risvolti sociali che questa vicenda ha”, rimarca l’avvocato. E ad oggi la sensazione di molte famiglie è proprio quella di essere abbandonate a loro stesse. “Le bombe che camminano sono centinaia in Italia, si aspetta soltanto il prossimo morto per parlarne”, dice senza mezzi termini Vincenzo, un ascoltatore di Palermo, padre di un ragazzo di 15 anni disabile mentale, intervenendo nel corso della trasmissione.

Vincenzo denuncia il ruolo dei Centri di Salute Mentale: “Sono il fulcro della gestione della qualità di vita delle persone come mio figlio- evidenzia- ma ormai sono diventati solo dispensori di psicofarmaci. Le visite durano in media tra i 5 e i 7 minuti, non si riescono a gestire i tempi del dialogo, tutto finisce con l’assegnazione dei farmaci. Non c’è mai una telefonata del centro alle famiglie per sapere come va, che fa la persona in cura, come passa la giornata”.

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Una denuncia che per Starace si conficca come “un dito nella piaga” della realtà italiana. “Le disuguaglianze territoriali nel nostro Paese sono marcatissime e addirittura intollerabili- dice- specie quando si considera che l’assistenza psichiatrica non è come un intervento chirurgico del quale una persona può fruire spostandosi da una regione all’altra e andando in un centro di eccellenza. E’ un’assistenza che si fonda nella comunità di riferimento, volta al reinserimento, alla reinclusione”. Il problema è “una malintesa percezione della psichiatria– spiega il presidente Siep- che continua a essere considerata in termini prestazionali, ossia di visita ambulatoriale, elicitazione di sintomi ed eventuale somministrazione di uno psicofarmaco. Ma questa non è la salute mentale di comunità prevista dalla norma– dice- unico strumento utile per accompagnare e sostenere le persone in difficoltà ma anche per prevenire condizioni estreme ed esacerbazioni comportamentali”. Basti pensare che “anche dopo un trattamento sanitario obbligatorio (tso) non c’è continuità della cura- spiega Starace- solo il 30% delle perone a cui viene fatto un tso viene visto nei 14 giorni successivi alla dimissione di un ricovero. Probabilmente per problemi di dotazione e organizzazione nei vari territori”.

Una fotografia in bianco e nero quella della salute mentale italiana che Starace scatta sottolineando come “se facessimo un salto in avanti di 6-7 anni e ci trovassimo già nelle condizioni previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, con case di comunità e centri dove gruppi di medici di medicina generale si alternano a gruppi di medici della continuità assistenziale, avendo la possibilità di intercettare loro stessi le condizioni di disagio e di dare continuità al trattamento- spiega il presidente Siep- allora evidentemente i fatti di Ardea avrebbero assunto altre caratteristiche”.

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Dunque quali strumenti è necessario mettere in campo? “Quelli previsti dalla norma, prima ancora che nel Pnrr- spiega Starace-quelli che prevedono Centri di Salute Mentale diffusi su tutto il territorio, aperti h24 in modo da poter intercettare queste forme di disagio in qualsiasi momento, con equipe multidisciplinari proiettate verso la comunità, verso l’aiuto alle famiglie. C’è un’azione di sistema da mettere in campo: bisogna essere presenti, proattivi, uscire da ambulatori e ospedali, andare a casa delle famiglie, incontrare la sofferenza e le difficoltà, evitando così che si manifestino forme estreme”. Nella salute mentale “non abbiamo bisogno di tecnologie sofisticate ma abbiamo bisogno di tecnologia umana, di persone competenti e motivate che svolgano questo lavoro. Dal disturbo mentale ci si riprende- conclude il presidente Siep- a patto che si intervenga precocemente e in maniera appropriata, secondo i percorsi di cura definiti dal Ministero e con continuità nel tempo”.

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