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Gaza, Erdogan: “Netanyahu risponderà di genocidio in tribunale”

Contro il comportamento di Israele anche l'Ue. Borrell: "Porre fine immediatamente alla sua operazione militare a Rafah"

Pubblicato:15-05-2024 15:07
Ultimo aggiornamento:15-05-2024 17:56

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ROMA – “Netanyahu e coloro che hanno partecipato al genocidio a Gaza ne risponderanno davanti alla legge”: così ha dichiarato il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, in un discorso tenuto davanti agli esponenti del suo partito. Dopo l’avvio, a ottobre scorso, dell’operazione militare israeliana sulla Striscia di Gaza, la Turchia ha preso subito posizione contro Tel Aviv, ribadendo la sua vicinanza alla popolazione palestinese. Nel suo intervento, Erdogan ha aggiunto: “Continueremo a stare al fianco di Hamas, che lotta per l’indipendenza delle proprie terre e difende la Turchia”.

L’intervento di Erdogan arriva mentre l’esercito israeliano fa sapere sul proprio canale Telegram di aver ritirato truppe dal nord della Striscia, in particolare da Zeitoun, ma di aver anche intensificato gli attacchi sul campo profughi di Jabalya, sempre a nord, e di stare conducendo “operazioni mirate in aree specifiche nella parte orientale di Rafah”, ultima città a sud della Striscia al confine con l’Egitto, dove in questi sette mesi di guerra si è concentrata la maggioranza della popolazione sfollata. Risultano cinque morti inoltre al campo profughi di Bureij, nel centro della Striscia.

L’UE A ISRAELE: FINIRE IMMEDIATAMENTE OPERAZIONE MILITARE A RAFAH

In un post su X, l’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Josep Borrell, ha dichiarato: “L’Ue esorta Israele a porre fine immediatamente alla sua operazione militare a Rafah, che sta portando a ulteriori sfollamenti interni, all’esposizione alla carestia e alla sofferenza umana”. Borrell ha quindi aggiunto: “Condanniamo l’attacco di Hamas a Kerem Shalom” della scorsa settimana, dove sono rimasti uccisi quattro militari israeliani. “Chiediamo alle parti- ha concluso Borrell- di raddoppiare gli sforzi per un cessate il fuoco”.


Nelle ultime ore invece al Congresso degli Stati Uniti il presidente Joe Biden ha annunciato l’intenzione di stanziare un nuovo pacchetto di aiuti militari per Israele, del valore di un miliardo di dollari in armi e munizioni. In previsione di un’offensiva su Rafah, nei giorni scorsi Biden aveva detto che avrebbe interrotto l’invio di armi, limitandosi a quelle per la difesa. Sebbene ufficialmente Israele non abbia proclamato l’offensiva, di fatto da giorni varie zone di Rafah subiscono bombardamenti, mentre Israele ha preso il controllo del valico di frontiera con l’Egitto. Dal 6 maggio, secondo le Nazioni Unite 450mila persone sono state costrette a fuggire. L’Onu informa che almeno altre 100mila, sempre dal 6 maggio, hanno dovuto lasciare il nord di Gaza, su una popolazione complessiva di 2,3 milioni.

La chiusura del valico di Rafah intanto ha “completamente ribaltato la situazione” degli aiuti umanitari, come ha riferito ad Al Jazeera Sam Rose, tra i responsabili progetti dell’agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa). Se prima infatti la popolazione residente al nord soffriva la chiusura dei valichi vicini, e quindi l’impossibilità di ricevere convogli umanitari che arrivavano dal sud, ora da sud “è quasi impossibile” far entrare cibo, acqua, farmaci e altri beni, mentre nella parte settentrionale gli aiuti arrivano dal valico di Erez, riaperto due settimane fa da Israele.

TENSIONI TRA ISRAELE E EGITTO

Proprio la questione del valico di Rafah ha reso tese le relazioni tra Egitto e Israele: Il Cairo accusa l’esercito israeliano di aver occupato il lato palestinese del punto di frontiera, proseguendo operazioni militari che renderebbero impossibile per i camion, che trasportano aiuti provenienti da tutto il mondo, poter accedere a Gaza. Israele invece imputa all’Egitto di aver chiuso il passaggio e ha esortato Germania e Regno Unito a “persuadere” Il Cairo a riaprirlo. Tensioni si registrano anche in Libano, dove Israele afferma di aver ucciso la notte scorsa in un raid un alto comandante di Hezbollah, Hussain Ibrahim Mekky. In risposta, il gruppo armato ha rivendicato il lancio di 60 missili verso il nord di Israele, che secondo l’esercito israeliano non avrebbero causato danni. Un razzo partito da Gaza ha raggiunto invece la città meridionale di Sderot, ma non risulterebbero vittime.

In Cisgiordania, infine, le sirene hanno risuonato per 76 secondi per celebrare la “giornata della Nakba”, ossia “catastrofe”, così come i palestinesi chiamano il giorno in cui è stato fondato lo Stato di Israele, nel 1948. In una nota Amnesty International ricorda che “oltre 800mila palestinesi furono sfollati” e coglie l’occasione per lanciare un appello a Israele affinché ponga fine “all’attuale sfollamento forzato di quasi due milioni di palestinesi” e alle “massicce distruzioni di proprietà e infrastrutture civili” a Gaza. Secondo l’ong, “solo negli ultimi giorni oltre 150mila palestinesi sono stati costretti a sfollare da Rafah a seguito dell’intensificarsi delle operazioni via terra e aeree di Israele”. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre contro il sud di Israele, dove sono morte 1200 persone e circa 240 sono state prese in ostaggio da combattenti affiliati ad Hamas, il governo israeliano ha lanciato un’operazione su Gaza in cui hanno perso la vita oltre 35mila persone, mentre l’85% della popolazione ha dovuto lasciare le proprie case, anche più volte.

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