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VIDEO | Paterlini (Karolinska Institute): “‘Modello Svezia’ fallimentare nella prima ondata”

Uno studio mette sotto accusa il governo di Stoccolma e le autorità sanitarie del Paese scandinavo

Pubblicato:15-04-2022 18:12
Ultimo aggiornamento:15-04-2022 18:12
Canale: Sanità
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ROMA – Il ‘modello Svezia’ per combattere la pandemia da Covid-19 sembra essere andato in frantumi. Uno studio pubblicato su ‘Humanities & Social Sciences Communications’, tramite ‘nature.com’, mette infatti sotto accusa il governo di Stoccolma e le autorità sanitarie del Paese scandinavo. Tra le altre cose si legge che a molti anziani è stata somministrata morfina al posto dell’ossigeno e che i bambini sono stati ‘usati’ per diffondere il contagio. È stato inoltre deciso di tenere aperte le scuole e di allentare le misure restrittive, tra cui quella relativa all’uso della mascherina. Ma è davvero così? L’agenzia Dire lo ha chiesto a Marta Paterlini, giornalista scientifica freelance che vive a Stoccolma, ricercatrice al ‘Karolinska Institute’.

Se si parla di fallimento della strategia svedese– spiega la dottoressa Paterlini- bisogna concentrarsi soprattutto nella prima ondata dove, come invece è stato fatto dall’Inghilterra, le autorità non hanno mai parlato di voler raggiungere l’immunità di gregge, quanto piuttosto di appiattire la curva. E in quella prima ondata è stato deciso di limitare”. “Legalmente non si poteva andare in lockdown– prosegue- e allora hanno chiuso le scuole dell’obbligo dai 16 anni in su e le università, gli studenti sono andati subito in remoto. Ma, in realtà, il grande problema ha riguardato gli anziani nelle case di cura, dove per questioni anche finanziarie non sono state prese subito misure di sicurezza. Nonostante fosse stato aperto in pochi giorni un ospedale da campo nella periferia di Stoccolma, con 400 posti e 100 di terapia intensiva, è stato deciso di non farci andare gli anziani al di sopra di una certa età ma di somministrare cure palliative. Nessuno ha così utilizzato questo nosocomio, che poi è stato chiuso. Quella, secondo me, è la parte dolente della strategia svedese”.

Per quanto riguarda i bambini, secondo la ricercatrice italiana si è invece trattato di una strategia sociale decisa dal governo di Stoccolma. “Sono stati mandati a scuola– tiene a sottolineare- nel tentativo di contrastare il malessere mentale dei piccoli stessi e anche per consentire di andare al lavoro ai genitori impegnati nei settori essenziali. Questa, almeno, è stata la voce ufficiale”.

Leggendo le pagine della ricerca si scopre inoltre che il popolo svedese sarebbe stato addirittura stato tenuto all’oscuro di fatti fondamentali che sarebbero serviti per tentare di arginare la corsa del Covid-19: tra questi, la trasmissione aerea di Sars-CoV-2 e la possibile contagiosità degli asintomatici. “In effetti- risponde Marta Paterlini- le fonti ufficiali, che si sintetizzano nel volto di Anders Tegnell, l’epidemiologo di Stato che, di fatto, ha gestito la strategia, non hanno mai detto ufficialmente che il Sars-CoV-2 fosse trasmissibile per via aerea, questo è vero. Sulla popolazione tenuta all’oscuro non sono d’accordo. Fin dal primo giorno un gruppo di ricercatori ha fatto campagna contro la strategia svedese. Un gruppo formato da ricercatori svedesi, molti del ‘Karolinska Institute’: infettivologi e immunologi che davano il proprio parere, consentendo al popolo svedese di compararlo con quello governativo. Gli svedesi, però, nel bene e nel male, credono nell’autorità: ecco perché c’è stata molta condivisione, c’è stata molta coesione nei riguardi dell’agenzia pubblica di Stato e, quindi, nei confronti della strategia ufficiale, che anche adesso non dice che Sars-CoV-2 si trasmette per via aerea”.

Un rapporto Istat-Iss evidenzia che in Italia i morti di Covid sarebbero sovrastimati del 10%. In Svezia, invece, il numero dei decessi sarebbe al ribasso. “Ad oggi- informa Paterlini- sono 18.000 su 10 milioni di persone. Tutti sono concordi nel dire che si tratta, invece, di numeri sottostimati, soprattutto sempre pensando alla prima ondata in cui venivano testate solo le persone che arrivavano in ospedale e considerando che, probabilmente, molta gente è morta in casa. Credo che anche ora non si testi più: il sistema sanitario è solo per gli ospedalizzati. Contrariamente all’Italia, per la Svezia parlerei proprio di sottostima”.

Le conclusioni dello studio pubblicato su ‘Humanities & Social Sciences Communications’ sono comunque durissime: l’approccio svedese alla lotta alla pandemia da Covid-19, è scritto nel documento, ‘è stato moralmente, eticamente e scientificamente discutibile’. “Scientificamente è stato sicuramente fallimentare- commenta la giornalista scientifica- perché gli epidemiologi che conducevano la strategia non hanno condiviso le informazioni scientifiche che emergevano man mano. Per questo motivo il gruppo di ricercatori in parallelo di cui ho parlato prima ha fatto invece un lavoro di contro informazione, attenendosi alle informazioni che venivano pubblicate nel corso dei giorni. Dal punto di vista etico e morale, di sicuro la scelta iniziale è stata pesante. Difatti gli epidemiologi di Stato ed il governo si sono scusati e sono sotto investigazione”.

Nonostante tutto la ricercatrice al ‘Karolinska Institute’ tende la mano alle autorità di Stoccolma e invita ad osservare la natura del popolo svedese. “Credo che in questa strategia non ci sia stata malevolenza- dichiara- quanto piuttosto un rigurgito patriottico, per cui gli svedesi si sono ritrovati ad essere diversi dal resto dell’Europa e di esserne anche fieri. Colpa, secondo me, anche del fatto che dall’Agenzia di sanità pubblica non è mai passato veramente il messaggio relativo al rischio e al senso del rischio. È invece passato il fatto che il Covid-19 fosse una malattia degli anziani. Ecco dove, probabilmente, sono stati male informati e loro non ci hanno messo del proprio per rielaborare l’idea che forse, in certi momenti, sarebbe stato meglio attenersi alle linee guida europee”.

La nostra connazionale residente a Stoccolma racconta poi che il ‘Karolinska Institute’ è stato coinvolto nella lotta alla pandemia, il governo lo ha pienamente reso partecipe. “Bisogna fare una distinzione- precisa- perché c’è il Karolinska ospedale, che è stato veramente in prima linea. È un nosocomio molto preparato, anche grazie alla presenza di numerosi medici italiani che si sono informati ed hanno aiutato i colleghi svedesi che lavorano al Karolinska, anche nell’uso dei protocolli che venivano dall’Italia. Il ‘Karolinska Institute’, invece, è stato trasformato in hub per i tamponi, è stato quindi assolutamente coinvolto”.

Oggi la situazione in Svezia nella lotta al Covid-19 sembra, comunque, essere sotto controllo. “Dal 9 marzo- rende noto Paterlini- non ci sono più restrizioni. Le mascherine, che erano già poche, sono quasi sparite o le indossano, al chiuso, solo gli stranieri. Il sistema sanitario non passa più i tamponi, bisogna farli a casa, oppure vengono testate solo le persone ospedalizzate. Quindi in questo momento c’è il ‘liberi tutti'”. C’è un però. La guerra in Ucraina che distrae anche la Svezia ha messo molto in sordina il problema Covid, tanto che la campagna vaccinale che andava davvero molto bene sta rallentando. “La gente si dimentica di andare a vaccinarsi, non fa i richiami e chi può fare il primo non ci va. Bisognerà vedere adesso cosa succederà”, conclude la dottoressa Paterlini.

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2022-04-15T18:12:13+02:00