Non avete mai sentito parlare di Susan’s Bay? Normale. Anzi no

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Perché un incendio in Sierra Leone è importante per il futuro del mondo
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ROMA – Piroghe come gusci bruciati, ceppi di palme anneriti, dappertutto lamiere accartocciate su resti di vita che il fuoco ha reso cenere. Le foto, con mille punti di colore, donne, ragazzi e bambini chini come a cercar qualcosa, arrivano dalla Sierra Leone. Per la precisione da Susan’s Bay, una baraccopoli della capitale Freetown in riva all’Atlantico. Alcuni giorni fa un incendio l’ha rasa al suolo, privando di una casa almeno 7mila persone. Nei video girati dal centro città si vedono fiamme spaventose, ma pare che non ci siano stati morti. Testimoni hanno raccontato come in tanti prima di scappare abbiano raccolto i bambini che trovavano in giro, sorpresi dal fumo mentre giocavano in strada, e li abbiano spinti sulle barche in riva al mare e portati al largo, al sicuro. Altri sarebbero entrati nelle case già lambite dalle fiamme per trascinare anziani su per le scale ripide che portano al centro.

Di questa comunità, sui nostri giornali, abbiamo letto poco e nulla. Eppure si tratta del futuro del mondo: già oggi nelle città dell’Africa vivono più persone che in tutta Europa. E solo a Freetown gli abitanti di baracche senza acqua potabile sono almeno 500mila. Perché tanto silenzio? Cerco risposte in una mail di anni fa. Due righe del caporedattore di uno storico settimanale italiano, professionista intelligente ed esperto, su una proposta di racconto dalla Sierra Leone: “È bella, ma riguarda un Paese al di fuori dal panorama dell’informazione”.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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