Un lenzuolo con il disinfettante e 60 secondi per l’addio: come si muore durante la pandemia

Sepolture blindate e tanta paura ad entrare nelle case. Il toccante racconto del titolare di un'agenzia di pompe funebri
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PESCARA – Un minuto. E’ il tempo dell’ultimo saluto dal balcone di casa al carro funebre che per sessanta secondi resta lì. Subito dopo, attraversando l’irreale silenzio delle vie della città, raggiunge l’ingresso del cimitero. Il parroco attende. Pochi minuti per la benedizione. A qualche metro di distanza l’unico parente che può arrivare su quella che è ormai una linea invisibile di confine, piange. A volte lo fa con il cellulare tra le mani, mentre in video condivide quel momento di infinito dolore con chi non può esserci. Oltre non si va. Il dolore non può entrare. Deve restare confinato all’esterno.

A varcare quell’invalicabile limite intangibile è solo Paolo con i suoi collaboratori. Anche l’Abruzzo vive il dramma dei decessi da Covid-19 e a raccontare all’agenzia Dire cosa accade in quelle ultime drammatiche ore è Paolo Verrocchio, titolare dell’omonima azienda di Montesilvano che di funerali per persone morte dopo aver contratto il virus che ha messo in lockdown il mondo ne ha fatti già una decina.
Sono 232 le persone decedute fino ad oggi, ma il numero continua ad aumentare. Una cosa inattesa anche per chi, con la morte, ha a che fare per mestiere. “Abbiamo inaugurato la nostra Funeral Home il 7 marzo. Un luogo confortevole dove si possano vivere in raccoglimento le ultime ore con il proprio caro prima dell’ultimo saluto, ma non abbiamo fatto in tempo ad avviarne l’attività che ci siamo ritrovati a vivere una pandemia. E’ stato uno stravolgimento per l’azienda- spiega- Fortunatamente mio padre è stato previdente negli anni per cui avevamo in magazzino una gran quantità di dispositivi di protezione che da quel che so non sono arrivati ai colleghi. Almeno nel nostro caso sono stati diversi quelli che sono venuti a chiederci qualche tuta o qualche mascherina. Noi, ovviamente, gliel’abbiamo data”.

Le bare di chi muore affetto da Covid-19 vengono sigillate subito. Nessuna vestizione. Solo un lenzuolo imbevuto di una soluzione disinfettante. E un po’ di paura, ammette, c’è. “Non tanto per le persone decedute in ospedale, quanto nel momento in cui si va nelle abitazioni. Lì è più rischioso essendoci i parenti che sono in quarantena”. Paura che cresce quando una diagnosi di Covid non c’è. E’ a quel punto che, buona parte della sicurezza viene dal corretto comportamento dei familiari: “Sono loro che devono dirci se aveva sintomi sospetti. Se è così allora chiamiamo il medico di turno della Asl”. E’ lui che decide se la salma va in obitorio per il tampone.

I parenti, dunque: sono loro quelli a dover elaborare un lutto che, al tempo del Covid 19, sembra inelaborabile. Persone divise tra dolore e paura. Due le storie, antitetiche, che Paolo ci racconta. Quella di una donna di 40 anni, affetta da Covid e confinata in casa, che vedendo passare il carro funebre della madre non ha resistito ed è corsa fuori per abbracciarla. A fermarla, il marito. In ospedale, invece, due figli straziati dal dolore che, però, non sono voluti scendere a vedere, alla debita distanza, la salma della madre. “Temevano il contagio”. Ecco che allora, qualcuno, chiede una fotografia.

E i pagamenti? “Si lavora in maniera ridotta e non sempre arrivano. Il momento non è facile per nessuno- sottolinea Paolo Verrocchio- Nessuno sta lavorando. Ma a queste persone non puoi di certo dire di no. Prova solo a immaginare un parente, magari un figlio, che vede uscire un genitore per andare in ospedale e lo rivede passare per un minuto sotto casa chiuso in una bara“.

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15 Aprile 2020
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