Turchia al voto, verso una strada molto rischiosa

Se vincesse il sì si andrebbe verso indebolimento del sistema democratico, un inasprimento dei conflitti interni nonché un definitivo divorzio da Bruxelles
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ROMA – Domenica 16 aprile i turchi sono chiamati a votare per un referendum che, se darà ragione alla riforma di Erdogan, potrebbe spingere la Turchia verso una strada molto rischiosa: un indebolimento del sistema democratico, a cui potrebbe seguire un inasprimento dei conflitti interni nonché un definitivo divorzio da Bruxelles.

Lo ha spiegato alla testata di analisi ‘Lookout News’ Valeria Giannotta, docente di relazioni internazionali alla Turk Hava Kurumu di Ankara e direttrice del Centro italiano pace in Medio oriente (Cipmo).

COSA SUCCEDE IN CASO DI VITTORIA DEL ‘Sì’

In caso di vittoria del sì alla riforma, la Turchia diventerà una repubblica presidenziale, ed Erdogan potra’ provare a farsi rieleggere fino al 2029, “poiché il nuovo testo prevede l’elegibilita’ per due mandati”.

In questo modo, ha proseguito la docente, “si creerebbe sicuramente un sistema politico con un debolissimo – se non inesistente – sistema di pesi e contrappesi. Il Presidente sara’ nella posizione di controllare ogni sfera dello spazio pubblico e ogni questione di agenda interna e internazionale”.

In un “momento storico in cui la societa’ e’ estremamente polarizzata, un accentramento di poteri potrebbe esasperare ulteriormente le divisioni e inspessire le fratture interne”, in particolare con la minoranza dei curdi.

Partendo dal presupposto che “Erdogan e’ gia’ in una posizione dominante e si e’ in assenza di un effettivo sistema di ‘check and balance’, il pluralismo e la declinazione pienamente democratica delle politiche potrebbero essere limitati”. Insomma, ha aggiunto Giannotta, “come segnalano gli slogan a favore del sì, l’accentramento di potere sarebbe una cura utile a rinsaldare l’orgoglio nazionale e garantire sicurezza”.

LE CONSEGUENZE SUGLI ALTRI PAESI

Gli effetti di questa riforma potrebbero influenzare anche gli scenari internazionali, secondo l’analisi della docente e direttrice Cipmo Valeria Giannotta. La Turchia potrebbe divorziare definitivamente dai paesi europei e dalla Russia, e riavvicinarsi al partner statunitense. E tutto a partire dal dossier Siria. “Erdogan continuerà a chiedere la dipartita del Presidente Al-Assad. Negli ultimi mesi si era registrato una sorta di ammorbidimento delle posizioni dovuto all’allineamento con Mosca e alla triangolazione con l’Iran successiva all’uccisione dell’ambasciatore Karlov ad Ankara”, ha ricordato ancora la direttrice Cipmo.

Con la fine dell’Operazione Scudo Eufrate tuttavia “sono emerse le fragilita’ degli allineamenti soprattutto in riferimento alla benevolenza russa verso le unita’ di protezione democratica curda, considerate dalla Turchia gruppi terroristici. Una questione- tiene ad evidenziare- che a ben guardare divideva da tempo Turchia e Stati Uniti, ma che con la nuova amministrazione Trump potrebbero essere oggetto di negoziazione”.

Il “rinsaldarsi dei rapporti con il partner d’oltreoceano si basa anche sulla richiesta di estradizione di Fetullah Gulen, imam in esilio in Pennsylvania dagli anni ’90 e che Ankara vorrebbe processare, in quanto considerato l’architetto del tentato golpe del 15 luglio 2016. Se da una parte quindi sembrano rinsaldarsi i rapporti con l’Occidente sull’asse americano, dall’altra le relazioni con l’Europa potrebbero vivere un momento ancora piu’ critico data la forte retorica nazionalista del governo e la promessa di indire un nuovo referendum per uscire dal negoziato per l’annessione dell’Unione europea. Rapporti che, in verita’, sono gia’ ai minimi storici, come i pessimi esercizi diplomatici dell’ultimo mese hanno dimostrato”, ha concluso Valeria Giannotta.

COSA CHIEDE IL REFERENDUM

Al referendum si votera’ per introdurre il sistema presidenziale nel paese, che prevede funzioni esecutive del Presidente della Repubblica.

Il presidente sara’ eletto direttamente dal popolo – come peraltro e’ stato deciso in un referendum del 2007 – per un massimo di due termini.

Il capo di Stato avra’ ora il potere di dare linee di politica interna ed estera, promulgare le leggi e di rimandarle alla Grande Assemblea nazionale (il Parlamento) per considerazioni e consultazioni.

Nominera’ e rimuovera’ vicepresidenti, Ministri ed ufficiali di alto livello, incluso il capo di Stato Maggiore.

Sempre al Presidente spettera’ la nomina di tre membri del Consiglio Superiore della Magistratura mentre il resto verra’ nominato dalla Corte di Cassazione e dalla Grande Assemblea Nazionale, il cui numero di deputati sara’ portato da 550 a 600, in cui saranno eleggibili, e quindi candidabili, tutte le persone di eta’ superiore ai 18 anni (e non piu’ 25).

Le elezioni della Grande Assemblea Nazionale e del Presidente si terranno contemporaneamente ogni cinque anni, invece che ogni quattro. La riforma prevede inoltre l’abolizione delle corti militari. Una riforma basata su una modifica Costituzionale che mira ad accentrare i poteri nelle mani del Presidente.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

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