G20, Ciarlo: “L’Italia promuova il ‘Debt for Climate'”

Analisi sull'Huffington Post: "Ora serve un 'boost' politico"
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ROMA – Rinunciare a una parte del credito maturato con un Paese in via di sviluppo a patto che questo investa la cifra risparmiata in progetti di mitigazione o adattamento al cambiamento climatico. È la proposta del Green Climate Fund delle Nazioni Unite rilanciata dalle pagine dell’Huffington Post da Emilio Ciarlo, esperto di relazioni internazionali e sviluppo globale.

Ciarlo evidenzia che un meccanismo di questo tipo è stato reso necessario dagli effetti della pandemia, che “ha aggravato il livello di indebitamento internazionale e insieme la possibilità di farvi fronte, dal momento che le risorse devono essere destinate alle spese sociali, sanitarie e al rilancio dell’economia”.

La proposta del Green Climate Fund, un fondo istituito nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), è la seguente, come spiega l’esperto: “Il creditore (Paese sviluppato) rinuncia a una parte del debito, trasferendolo al Green Climate Fund, in cambio dell’impegno da parte del debitore (Paese in via di sviluppo) ad utilizzare l’importo equivalente, in valuta locale, per finanziare azioni di contrasto al climate change”. Il Fondo, sottolinea Ciarlo, “gestirà, con il controllo del Paese creditore, le iniziative progettuali e aggiungerà alla somma convertita propri fondi, fino a raddoppiarla, aumentando così l’impatto del progetto“.

L’esperto rende noto che “accordi pilota “Debt-for-Climate” saranno lanciati in almeno due Paesi in via di sviluppo entro la Cop 26 (a Glasgow il prossimo novembre)”. Un ruolo di primo piano potrebbe essere ricoperto in questo contesto dall’Italia, alla guida del G20 quest’anno, che “potrebbe rilanciare la proposta in un contesto rilevantissimo, assicurandogli un sostegno e quel boost politico che ancora gli manca”.

Diversi i benefici che potrebbe apportare il meccanismo, secondo Ciarlo: “L’accordo sarà vantaggioso per il creditore che, rinunciando al proprio credito (spesso di fatto irrecuperabile), potrà assolvere agli impegni politici per il sostegno della transizione ecologica nei Paesi del sud del mondo, quantificati in 100 miliardi dall’Accordo di Parigi“. Il Paese debitore, invece, “non dovrebbe più restituire il debito in valuta pregiata, prosciugando le sue risorse valutarie in un momento di ripartenza delicata, ma dovrebbe investire valuta nazionale in progetti ambientali”.

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