Costruzioni di genere e violenza contro le donne: non tutto dipende dal testosterone Rex

La nostra biologia "si intreccia con i valori, le norme, le aspettative, schemi e credenze della cultura d'appartenenza. È ora di smetterla di attribuire la responsabilità della violenza alla biologia dell'uomo"
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di Maria Felice Pacitto, psicologa, psicoterapeuta, filosofa della mente

ROMA –   L’8 marzo avanza e si riprendono  iniziative sul femminile desiderabili e doverose. E si ritorna a parlare di violenza contro le donne, sotto l’urgenza, anche, dei fatti di cronaca che, come un bollettino di guerra, arrivano a sconvolgerci. Non dobbiamo mai stancarci di denunciare atti di violenza contro le donne, ma allargando la prospettiva. Violenza, infatti, è anche quella esercitata contro le donne, spesso madri, che muoiono in mare dopo il naufragio dei barconi. E la lotta contro la violenza  deve anche allargarsi a quella contro ogni classe debole e senza potere. Mi riferisco ai bambini e agli animali. Non è senza senso il riferimento alle violenze contro gli animali. Negli scritti femministi dell’800, ma anche nella letteratura dell’epoca (Collins, Dickens) è frequente l’identificazione della donna con l’animale che rimanda appunto alla condizione  di esseri privi di diritti. Tale identificazione è presente anche nell’immaginario sessuale violento dei maschi. Fruste, morsi, lacci, costituivano il linguaggio del romanzo pornografico dell’epoca, in cui la donna, appunto, viene sottomessa, dominata privata della sua autonomia e soggettività. La violenza domestica esercitata contro le donne era statisticamente elevata: le violenze cui venivano sottoposte non erano troppo lontane dalle torture  inferte agli animali per mezzo della vivisezione. Non è un  caso che la rivendicazione dei diritti delle donne è andata, negli ultimi tempi, di pari passo con quella della estensione dei diritti etici agli animali. La violenza contro le donne è un fenomeno complesso e come tale esclude una spiegazione univoca e vuole una molteplicità di concause.

Negli ultimi anni,  il tema si è arricchito di molta psicologia, la quale indaga sulle dinamiche psichiche che portano le donne a scegliere maschi violenti e quest’ultimi a scegliere donne potenziali vittime: si indagano le modalità di attaccamento (Bowlby, Main) che caratterizzano sia le une che gli altri, le storie di vita pregresse, il clima familiare di origine e ci si rivolge anche alla psicopatologia. Ma tra le cause, la più gettonata da sempre è la spinta biologica: i maschi erediterebbero filogeneticamente l’istinto predatorio  dei fratelli animali, i quali, secondo Darwin,  (siamo diventati tutti darwinisti!) lottano e competono per il possesso delle femmine secondo il principio di accoppiamento indiscriminato volto alla riproduzione. Dunque l’aggressività maschile nei confronti delle donne sarebbe solo questione di testosterone, quello stesso testosterone responsabile della maggiore competitività dei maschi  e, dunque, del successo in ambito professionale. Testosterone Rex è il termine coniato ironicamente da Richard Francis per colpire l’idea, molto diffusa ma errata, del testosterone come attore supremo della storia: capace di competizione, di acquisizione di stato sociale,  di capacità di accaparramento di risorse materiale e di ricchezze, e capace di dominanza sessuale. Dunque l’uomo violento sarebbe agito da impulsi biologici atavici, potenti e assolutamente resistenti all’azione del modellamento culturale. La biologia, secondo alcuni, darebbe ragione dell’alta frequenza di casi di violenza a danno delle donne.
Ma la motivazione biologica, che pure ha la sua parte, accusa ormai parecchi colpi sotto l’avanzare dei risultati della ricerca scientifica in neurobiologia animale e psicologia comparata. Numerose ricerche in biologia animale mostrano che contrariamente all’idea, molto diffusa, che la promiscuità  e dominanza sessuale sia prerogativa dei maschi, la promiscuità femminile è diffusa in molte specie ed ha benefici riproduttivi. Tra i mammiferi le femmine dominanti hanno più facile accesso al cibo e di più alta qualità e sono soggette a minor rischio di predazione. Le più competitive nell’approvvigionamento  sono quelle che riusciranno  a trasmettere i loro geni alla generazione successiva. Dunque promiscuità, competitività e successo riproduttivo non sono prerogative solo dei maschi. E questo si riscontra, anche, ormai, nel mondo umano. 

Ricerche recenti evidenziano (Pew Research Center)  che le donne abbiano superato gli uomini nella competitività e nell’attribuire importanza al successo in carriere altamente remunerative e prestigiose, mentre dare la precedenza, nella  vita, alle cure parentali è ormai  diventata una caratteristica comune, parimenti, anche ai maschi. Non sono, dunque, il sesso né gli ormoni a creare comportamenti maschili e femminili, ma la cultura. Tra l’altro anche i padri, così ci dice la ricerca, allorché vedono i  loro piccoli producono ossitocina, l’ormone dell’amore parentale che in dosi massicce è presente nelle  mamme. Ma dai pesci saliamo, ora, lungo la scala evolutiva, ad animali  complessi e geneticamente vicini agli umani: i bonobo che sembrano rimettere in discussione lo stereotipo del maschio cacciatore e predatore. Essi sono una tipologia di primati, simili per alcuni versi agli scimpanzé, che Darwin sicuramente non conosceva dato che sono stati identificati negli anni ’30 del ‘900 e studiati dagli anni’70 in poi. In queste comunità la sessualità è molto diffusa ed è parte di tutte le relazioni sociali. Ma la riproduzione è limitata. La sessualità è, fondamentalmente, gioco, mezzo di socializzazione. La   riproduzione  non è un obiettivo  primario. Dunque sembrerebbe che la biologia possa essere ricompresa e riorganizzata in schemi relazionali e sociali. I bonobo sono capaci di interazioni sessuali “face to face” e di comportamenti riparativi dopo il conflitto: attraverso un abbraccio o un bacio sulla bocca. L’attività sessuale è la strategia utilizzata per evitare il conflitto del tipo “facciamo l’amore e non la guerra”. Le femmine, con grande gioia delle femministe, hanno uno status sociale privilegiato e dominante. I maschi rimangono legati alle madri e il loro stato sociale  dipende da quello della madre. Ma questo, al contrario di quanto accade per gli umani, non determina  turbe relazionali. Le società dei bonobo sono pacifiche ed egualitarie. Tra i bonobo sembrerebbe che le tecniche di socializzazione abbiano riorganizzato i comportamenti di genere cioè  la cultura sembrerebbe avere la meglio sulla biologia. I Bonobo dimostrano  che sia possibile uscire da quella aggressività che viene ritenuta congenita al genere umano. Gli stereotipi e le costruzioni di genere  (sono costruzioni sociali) hanno un forte peso sui comportamenti degli uomini e delle donne ed agiscono a livello inconscio, al di fuori della consapevolezza e vengono trasmessi di generazione in generazione attraverso l’educazione ( giocattoli, ecc..). 

Sappiamo, ormai, che gli organismi viventi sono sistemi dinamici che si sviluppano e riorganizzano in rapporto all’ambiente in cui vivono. Nel caso di noi umani, la nostra biologia si intreccia con i valori, le norme, le aspettative, schemi e credenze della cultura d’appartenenza e che permeano le nostre menti. E’ evidente che si rende necessario un enorme riassetto di tutto ciò se vogliamo ridurre il numero di quelli che danneggiano le donne. E’ ora di smetterla di attribuire la responsabilità  alla biologia dell’uomo. Ci vorrà ancora molto tempo ma andiamo verso un futuro in cui sarà possibile dire, come vuole Cordelia Fine :”Addio Testosterone Rex!”.

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15 Febbraio 2020
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