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Pd tra renziani e M5s a Roma, che ‘rimbalzo’ su Bologna

La crisi di Governo può impattare sugli assetti delle alleanze in vista del voto. E agevolare-accelerare le riflessioni sull'opportunità o meno di confermare i due partner del Pd
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BOLOGNA – La crisi di governo a Roma avrà effetti a Bologna nella partita, sponda centrosinistra, delle prossime elezioni comunali? I pontieri renziani hanno già trovato sponde nel Pd per evitare che la fragorosa crisi romana isoli pesantemente Italia viva nella partita del prossimo sindaco di Bologna. Italia viva “ha visto negli ultimi due mesi a Bologna un sorprendente incremento degli iscritti” e “sarebbe un errore far ricadere le questioni nazionali sulle realtà locali”, ha avvisato la renzianissima sindaca di San Lazzaro, Isabella Conti. Il deputato Pd Andrea De Maria, uno dei nomi che resta in ballo nel Pd diviso sulla scelta del suo candidato sindaco, ha raccolto: “Molto importanti le dichiarazioni di unità di Isabella Conti per il percorso per le prossime elezioni comunali, credo si debba continuare a perseguire, in un livello istituzionale diverso da quello del Governo nazionale, il dialogo con tutte le forze del centrosinistra. Per una coalizione larga, aperta al civismo, da costruire nella chiarezza delle priorità programmatiche”. 

C’è qui, quindi, un primo dato ‘a caldo’ post crisi di Governo. Pd e renziani potrebbero non ‘divorziare’. Certo, da qui al voto, passa -politicamente parlando- un’era geologica e tutto può succedere. Ma intanto alcuni dei giocatori di primo piano della partita un segnale l’hanno lanciato e subito. Il Pd adesso ha altro per la testa: continua a rinviare la scelta del candidato sindaco, figurarsi se può pensare alle alleanze. Eppure, nella crisi romana sta un altro fattore che potrebbe avere effetti su queste faccende. 

Pd e M5s uniti al Governo lo saranno anche per Palazzo D’Accursio? O meglio, la domanda dovrebbe essere: ora che vacilla l’asse dem-pentastellati al Governo, valgono ancora per il Pd le ragioni di cercare un alleato nei grillini bolognesi, peraltro non poco lacerati al loro interno? Ha ancora senso, cioè, tessere la tela di uno schema allargato al M5s nella città-simbolo? De Maria ad esempio ha raccolto lo sforzo della componente grillina che fa capo al ‘capo’ Massimo Bugani di far svoltare a sinistra il movimento. Ma lo stesso Bugani, in una recente intervista, ha detto: “Se gli iscritti dovessero decidere di andare da soli, andranno senza di me. Non muore nessuno. Il M5s ha profonde divisioni al suo interno, a livello nazionale, regionale e locale. Non è una novità”. Solo questa settimana tra Comune e Regione c’è stato uno scontro frontale tra due elette pentastellate su una questione di non poco conto di questi tempi: il vaccino anti-Covid nelle scuole… 

Ecco un’altra potenziale ‘grana’ elettorale per il Pd, dunque: scegliere se strutturare quell’alleanza, che ad esempio in Regione non si è concretizzata, con il rivale più acerrimo del recente passato e imbarcando una forza in caduta di consenso che proprio a Bologna, di questi tempi, porta a galla la sua divisione più profonda e radicale. Non è certo la patata bollente più urgente da gestire di questi tempi. Però resta uno spartiacque che se da un lato forse può aiutare a mettere quanto più possibile al riparo la chance di vittoria, dall’altro può si trascinare qualche incognita sul dopo voto. Ma in fondo, dalle parti di Bologna, il Pd in questa lunga rincorsa pre-elettorale non si sta facendo mancare quasi nulla.

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