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Migranti, Kibeida (Unire): “L’Ue non paghi le milizie del Sudan”

Il gruppo paramilitare, un tempo noto come Janjaweed, i "diavoli a cavallo", è stato accusato di violenze e abusi in Darfur
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ROMA – “Mi è stato dato l’asilo politico quando sono partito dal Sudan perchè scappavo da una milizia che aveva bruciato 800 villaggi nel Darfur. E questa stessa milizia viene pagata oggi dall’Unione Europea per presidiare il confine e per dissuadere i migranti a partire”. Così Yagoub Kibeida, dirigente dell’Unione nazionale italiana per i rifugiati ed esuli (Unire), in probabile riferimento alle Rapid Security Forces (Rsf), le forze di intervento rapido sudanesi.

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Il gruppo paramilitare, un tempo noto come Janjaweed, i “diavoli a cavallo”, è stato accusato di violenze e abusi in Darfur. Il suo storico capo, Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemeti, è oggi vicepresidente del Consiglio sovrano di transizione nella capitale Khartoum.

Kibeida è intervenuto alla conferenza di presentazione del Rapporto asilo 2021 della Fondazione Migrantes, un organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana (Cei). Unire ha anche partecipato alla stesura del documento, giunto alla sua quinta edizione.

Kibeida ha utilizzato l’esempio del Sudan per spiegare le contraddizioni del Patto su migrazione e asilo presentato dalla Commissione europea nel settembre 2020. “Questa intesa è servita ad allontanarsi dai valori cristiani e di rispetto dei diritti umani che caratterizzano storicamente l’Europa” ha denunciato il rappresentante di Unire. “Il principale obiettivo del documento è esternalizzare la politica di gestione delle frontiere europee, rendendo l’Ue la meno attrattiva possibile”.

Un comportamento, questo, che a volte assume i contorni del paradosso, secondo Kibeida. “Piangiamo la sorte degli afghani, cerchiamo un modo per farli uscire dal Paese, ma poi quando arrivano nell’Ue vengono respinti, come succede ora al confine con la Bielorussia”, la denuncia dell’attivista.

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