Energia, Enea: “Oltre 1,2 miliardi di contratti per la prima centrale a fusione al mondo”

L'industria italiana dell'alta tecnologia raggiunge un nuovo traguardo, rafforzando la sua leadership nell'ambito del Progetto internazionale ITER, International Thermonuclear Experimental Reactor in via di realizzazione a Cadarache, in Francia
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Con oltre 1,2 miliardi di contratti acquisiti per la realizzazione della prima centrale a fusione al mondo, l’industria italiana dell’alta tecnologia raggiunge un nuovo traguardo, rafforzando la sua leadership nell’ambito del Progetto internazionale ITER, International Thermonuclear Experimental Reactor in via di realizzazione a Cadarache, in Francia.

Si tratta di oltre il 50% del valore dei bandi per componenti ad alto contenuto tecnologico di Fusion for Energy (F4E) – l’Agenzia Ue che gestisce il contributo europeo alla costruzione di ITER – come evidenzia la Rivista ENEA Energia Ambiente e Innovazione che nell’ultimo numero appena pubblicato on line ha interpellato alcuni dei maggiori protagonisti europei della fusione per fare il punto su questa grande sfida scientifica e tecnologica per produrre energia pulita, sostenibile e senza scorie.

“Le imprese italiane sono riuscite a vincere contratti di forniture e servizi per un valore totale secondo solo a quello della Francia se si considerano anche le opere civili e le infrastrutture”, afferma Johannes Schwemmer, direttore di F4E.

Un risultato di rilievo, tenuto conto che le commesse vengono assegnate con gare d’appalto su base concorrenziale, selezionando l’offerta migliore secondo i criteri tecnico-economici, le regole e i principi della contrattazione pubblica comunitaria. Come esempi di eccellenza Schwemmer cita i casi della De Pretto Industrie (DPI), Ettore Zanon (EZ), SIMIC, OCEM Power Electronics, Angelantoni Test Technologies (ATT), ASG Superconductors, Walter Tosto e Ansaldo Nucleare che a capo di un consorzio tutto italiano ha conquistato un’importante commessa per il montaggio di ITER, l’ultima in ordine di tempo, che ha consentito di superare la ‘soglia’ degli 1,2 miliardi.

A giudizio di Schwemmer, la forte competitivita’ delle aziende italiane nel campo della fusione nasce dalla ”capacita’ di innovare sviluppata negli anni” ma anche sulla presenza di istituzioni di ricerca nazionali “di grande qualita’” e comporta “ricadute molto positive su crescita e occupazione”.

Di “competenze industriali molto valide” parlano anche altri protagonisti del settore come Ambrogio Fasoli, presidente del Consorzio europeo EUROfusion e Sergio Orlandi, direttore del Dipartimento Ingegneria e Impianti del Progetto ITER .

“Non lo dico per orgoglio nazionale, ma ITER ha un cuore tricolore, perche’ molta della sofisticata tecnologia ne­cessaria a realizzare questa sfida scientifica e tecnologica da oltre 20 miliardi di euro e’ fornita da inge­gneri e partner industriali italiani che hanno fatto dell’eccellenza la loro bandiera. È l’espressione migliore di un’Italia dinamica, che funziona ed e’ capace di implementare modelli effi­caci ed efficienti”.

Orlandi annuncia inoltre che ITER – cui partecipano Cina, Giappone, India, Corea del Sud, Russia, USA e UE, Svizzera compresa – e’ stato completato per oltre il 60%: l’anno prossimo iniziera’ l’assemblaggio e la previsione e’ di produrre il primo plasma nel 2025. Questo numero della rivista Energia Ambiente e Innovazione ha dedicato un focus anche al primo studio che ha valutato ITER in termini sia di ricadute economiche, sociali e occupazionali che di strategie, vision e processi innovativi. Lo hanno realizzato Paola Batistoni, Gloria Puliga e Raffaella Manzini, ricercatrici di ENEA e LIUC (Libero Istituto Universitario Carlo Cattaneo), da cui emerge come i benefici ottenuti dalle aziende italiane vadano ben oltre la percezione di breve di periodo.

In un campione di 26 imprese vincitrici di contratti ITER dal 2007 in poi, il 93% ha dichiarato di aver sviluppato competenze tec­niche innovative, nuovi processi (73%) e nuovi prodotti o brevetti (14%). Il 67% ha adottato nuo­vi standard organizzativi e produttivi e quasi tutte hanno inve­stito sul territorio, a livello locale o regionale, ad esempio esternaliz­zando alcuni servizi o la realizza­zione di componenti. E tutte hanno assunto nuovo personale altamente qualificato, prevalen­temente ingegneri.

Circa il 90% delle imprese coinvolte nello studio ha soste­nuto che lavorare per ITER ha note­volmente migliorato la loro reputa­zione e il 73% ha affermato di aver acquisito nuovi clienti. Il 47% delle aziende coinvolte sta entrando (o cercando di entra­re) in nuovi settori come aerospazio, biomedicina, superconduttivita’ e solo un numero ristretto e’ riuscita a entrare in nuovi merca­ti. La sfida appare piu’ difficile per le PMI che vogliono utilizzare le competenze acquisite in nuovi settori: infatti, se le grandi aziende affermano che ITER e’ stata la porta di accesso a nuove linee di business, le im­prese di dimensioni piu’ piccole spesso non sono in grado di farlo da sole.

A livello economico e finanziario, la partecipazione a ITER risul­ta complessivamente positiva con particolare riferimento alla piani­ficazione strategica: tutti i mana­ger e i dirigenti intervistati nell’ambito dello studio ENEA-LIUC hanno affermato di aver acquisito una maggiore con­sapevolezza sulle reali competen­ze e capacita’ dell’azienda, modificando in positivo il modo di pensare e le prospettive di svilup­po future.

Soprattutto per le PMI, l’aggiudicazione di contratti ITER si e’ tradotta in una nuova vision aziendale e in un’accresciuta con­sapevolezza delle proprie capacita’ di competere anche con aziende piu’ grandi. Sono inoltre cresciu­ti gli investimenti in attrezzature, cosi’ come le collaborazioni con altri partner, soprattutto con i fornitori anche per progetti diversi da ITER; sono poi nate alleanze con imprese concorrenti e universita’ o istituti di istruzione superiore. Sul fronte finanziario, la parteci­pazione a ITER sembra aver avuto ricadute positive considerato l’an­damento favorevole degli indica­tori utilizzati e, in particolare, del rapporto EBITDA/vendite (laddo­ve EBIT sta per utili prima degli interessi, delle imposte, del deprez­zamento e degli ammortamenti): l’analisi mostra come il coinvol­gimento nel progetto consenta di ottenere un tasso di variazione del rapporto EBITDA/vendite di +3,86 (con una significativita’ di 0,042).

Un risultato che diventa ancora piu’ importante se paragonato a quelli delle concorrenti: nel 40% dei casi, infatti, le aziende analizza­te mostrano prestazioni migliori ri­spetto alla media di settore. Anche il ROA (return on assets: utile corren­te ante oneri finanziari diviso totale dell’attivo) mostra un trend positivo soprattutto per le imprese di medie dimensioni, ma solo dopo qualche anno dall’avvio della collaborazione.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

14 Ottobre 2019
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»