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A Jiftlik, nel palazzo ottomano sfregiato dai proiettili

Jitflik prova a resistere, non lontano da Gerico, nel cuore della Palestina
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palazzo_jiftlik

JIFTLIK (Territori palestinesi) – Le pareti crivellate dai proiettili, completamente aperto, alla mercé di chiunque: appare così oggi l’antico palazzo di Jiftlik, con le cupole e gli archi ottomani, oltraggiato prima dai coloni britannici e poi dal governo israeliano, che prima lo adibì a prigione e poi ha deciso di usarlo per le esercitazioni militari.

Non ci sono turisti oggi, all’indomani dell’annuncio degli Stati Uniti e poi dello stesso governo di Tel Aviv del loro ritiro dall’Unesco, l’Organizzazione dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura. Agenzia “filo-palestinese” o addirittura “anti-semita”, la spiegazione addotta da Israele e dal suo alleato americano, Donald Trump.

Eppure Jitflik prova a resistere, non lontano da Gerico, nel cuore della Palestina. Il villaggio è circondato da montagne alte, brulle e arrotondate da venti secolari. Poi c’è il palazzo. Ha tre cupole, un alto arco a sesto acuto all’ingresso e vari altri all’interno. Il materiale è la tipica pietra giallastra che si ritrova anche negli edifici moderni, a base prevalentemente calcarea.

Un luogo affascinante e maestoso, ma che sia dai coloni britannici che dal governo israeliano dal 1967 in poi è stato adibito a prigione. Di più: gli israeliani a un certo punto hanno deciso di usarlo per esercitazioni militari, come spesso accade in queste zone desertiche della Valle del Giordano.

Difficile porre rimedio ai danni provocati: le pareti dell’edificio sono crivellate di colpi, le finestre e gli archi distrutti. All’interno è scomparso ogni oggetto, solo polvere e detriti. I muri sono anche pieni di graffiti: parole come ‘Intifada’, ‘Al-Aqsa’ (Gerusalemme in arabo) e ‘Falastin’, (Palestina) ricordano il conflitto israelo-palestinese, ma soprattutto che l’edificio è completamente aperto e alla mercé di chiunque.

“Questo esempio di architettura islamica-ottomana, se trattato con maggior rispetto, avrebbe potuto essere una preziosa testimonianza del passato” spiega un abitante del villaggio. “Ma la conservazione dell’arte e della storia non sempre costituiscono una priorità“.

dalla nostra inviata in Cisgiordania Alessandra Fabbretti

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