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Gli attivisti cubani: “Il Paese sta annegando”

cuba
La testimonianza di Valdés Santana e Gòmez Moreira: "Manca tutto, anche negli ospedali"
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ROMA – Una protesta “vera e spontanea” di un popolo che “sta annegando”, prostrato da una mancanza di cibo e di medicinali che potrebbe “scatenare un esodo come quello che si verificò nel 1994”. È così che attivisti cubani raggiunti dall’agenzia Dire descrivono la mobilitazione in corso nell’isola caraibica.

Le proteste sono partite domenica dalla cittadina di San Antonio de los Baños, 35 chilometri a sud-est della capitale L’Avana, ma si sono presto allargate al resto del Paese. A oggi, stando a dati del ministero degli Interni e a denunce degli attivisti, un manifestante ha perso la vita in scontri tra dimostranti e forze dell’ordine, Diubis Laurencio Tejeda, di 36 anni. Almeno 140 persone sarebbero state arrestate.

Il governo del presidente Miguel Diaz-Canel ha finora minimizzato la portata del malcontento, lamentando manipolazioni e sostegno da parte del governo degli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla, ha detto che fino a oggi si sono verificati “disordini di scala limitata”, alimentati da “coloro che stanno approfittando delle difficoltà provocate dall’embargo” economico imposto a Cuba dagli Usa da oltre 60 anni. A peggiorare la situazione l’evoluzione della pandemia di Covid-19: i contagi sono in crescita. Stando all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel Paese i casi di positività al virus sono oltre 250mila, 1.608 i decessi.

Nel frattempo si moltiplicano le denunce di tentativi di raggiungere l’isola da parte della nutrita, e politicamente attiva, diaspora cubana di base in Florida, distante in alcuni punti della costa poco più di 160 chilometri da Cuba. La Guardia costiera americana si è rivolta con un comunicato alle persone che hanno intenzione di raggiungere il Paese caraibico, invitandole apertamente a “non uscire in mare”.

Aida Manuela Valdés Santana, vicecoordinatrice dell’organizzazione non governativa Ciudadanos Observadores de Procesos Electorales (Cope), istituita nel 2017 all’Avana, dice alla Dire che “la protesta è reale” e che “il Paese sta attraversando una crisi molto grave di approvvigionamento di materiale medico e di cibo”.

“Non c’è più nulla, neanche negli ospedali” denuncia l’attivista, che attribuisce le responsabilità principali della crisi al governo di Diaz-Canel. “Si rifiutano di ricevere aiuti dall’esterno, stanno chiudendo l’isola e così la stanno facendo annegare”, la tesi della dirigente di Cope, che pure dice di “aver appoggiato all’inizio questo esecutivo”, il primo a non essere guidato da un membro della famiglia Castro dal 1959.

Secondo Valdés Santana, il rischio è che la crisi “porti a un fuggi fuggi generale come quello del 1994”. Il riferimento è alla cosiddetta crisi dei ‘balseros’, l’esodo dall’isola su imbarcazioni di fortuna innescato da giorni di proteste e disordini. “Ma ora non è il momento di partire, bensì di restare e combattere per Cuba” avverte l’attivista, che riferisce di essere stata in passato in carcere per ragioni politiche.

Il malcontento denunciato da Valdés Santana rieccheggia anche nella parole del presidente del Movimiento renacer camagueyano, Irel Gómez Moreira. Di base appunto a Camaguey, terza città del Paese, nel centro-sud dell’isola, Gomez Moreira dice di “proteste dovute soprattutto alla mancanza di cibo e medicinali” e “alle file di sei od otto ore per acquistare qualsiasi cosa”. L’attivista descrive una situazione di “stanchezza ed esasperazione”, con “anziani e bambini che rischiano seriamente di morire di fame”.

Sollecitato su un sostegno americano alle proteste, Gómez Moreira dice che “il governo utilizza sempre la stessa scusa da 60 anni: non ci sono americani qui, siamo noi a essere stanchi del regime”.

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