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Il regalo della Francia all’Egitto: “Partner strategico, pronto fondo da 4 miliardi”

Dure proteste delle ong: "Sostegno a uno tra i Paesi con la peggiore reputazione in materia di violazioni dei diritti umani"
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ROMA – “L’Egitto è più di un partner commerciale: è un vero partner strategico”. Con queste parole il ministro dell’Economia e delle finanze francese, Bruno Le Maire, ha motivato la decisione di Parigi di accordare un fondo da 3,8 miliardi di euro al governo del presidente Abdel Fattah Al-Sisi.

L’annuncio è giunto al termine della visita di ieri del ministro al Cairo, nel corso della quale è stata rilanciata la cooperazione nel settore delle infrastrutture. In particolare, Parigi si occuperà del rinnovo della Linea 1 della metropolitana del Cairo dal costo di 800 milioni di euro. L’intervento coinvolgerà anche aziende francesi impegnando 400 lavoratori, “un’ottima notizia per l’industria francese”, ha commentato ancora Le Maire.

Un precedente già noto è la vendita all’Egitto di 30 aerei da guerra francesi, i ‘Rafales’, per un costo di 3,75 miliardi di euro che Il Cairo potrà pagare “in modalità agevolata”. La notizia era stata svelata a inizio maggio dai giornalisti investigativi di Disclose e confermata dal ministero della Difesa dell’Egitto. C’era stata una dura reazione da parte dell’organizzazione Amnesty International. Il portavoce della campagna per il disarmo, Aymeric Elluin, aveva detto: “Il nodo della questione è avere a che fare con uno tra i Paesi con la peggiore reputazione in materia di violazioni dei diritti umani. Quello che stiamo facendo è vendere armi e quindi offrire sostegno strutturale al regime, che sappiamo pratica la tortura, le sparizioni forzate e così via”.

La Francia, come l’Italia, ha contenziosi aperti con Il Cairo in materia di diritti umani. Anzitutto c’è la mancata verità sulla morte su Eric Lang, un insegnante originario di Nantes di 49 anni morto nel 2013 al Cairo mentre era in custodia in un commissariato di polizia. Sul corpo restituito alla famiglia, i segni di percosse e violenze. Una vicenda su cui le autorità egiziane non hanno ancora fatto chiarezza e che ricorda il caso giudiziario di Giulio Regeni, ucciso nel 2016, e su cui l’Italia ha aperto un processo in contumacia contro quattro agenti dei servizi di intelligence egiziani, ritenuti responsabili della morte del giovane ricercatore friulano.

C’è poi la storia di Ramy Shaat, attivista per i diritti umani e per la causa dei palestinesi di cittadinanza egiziana e francese, in carcere da quasi due anni. Il 4 giugno, in occasione del 700esimo giorno di prigionia, 182 parlamentari francesi hanno scritto ad Al-Sisi per incoraggiarne il rilascio. Presto si avvicinerà l’ultima udienza per il rinnovo della detenzione cautelare, una misura preventiva che secondo la legge egiziana può essere rinnovata fino a un massimo di due anni. Il timore, ha fatto sapere ancora Amnesty international, è che in assenza di prove sufficienti per i capi d’accusa che hanno tenuto Shaath in carcere fino ad oggi l’attivista possa essere accusato di altri reati e tenuto in prigione per altri 24 mesi. Si tratterebbe della cosiddetta “pratica della porta girevole”, denunciata da diverse organizzazioni per i diritti umani egiziane e internazionali, con cui l’Egitto tiene in prigione migliaia di attivisti e dissidenti senza bisogno di arrivare a un giusto processo. Anche questa storia richiama una vicenda nota all’Italia: la detenzione cautelare di Patrick Zaki, lo studente egiziano iscritto all’Università di Bologna e arrestato al Cairo nel febbraio del 2020. Per lui, oltre alla mobilitazione popolare, si è mosso anche il Senato: ad aprile ha approvato la proposta di accordargli la cittadinanza italiana nonché di attivare col Cairo la Convenzione Onu contro la tortura. Iniziative che, per avere seguito, necessitano però dell’intervento diretto del governo italiano.

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