VIDEO | Europa e Africa insieme per il futuro. L’intervista a Roberto Ridolfi (Fao)

È l'Europa che aiuta l'Africa? O è invece l'Africa che può offrire molto all'Europa? Ne parliamo con Roberto Ridolfi, direttore generale aggiunto della Fao
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ROMA – “Ma davvero l’Europa aiuta l’Africa? O invece è l’Africa che può offrire molto all’Europa? Sono domande che mettono scompiglio; o forse servono a far capire che questi due continenti sono complementari e insieme hanno un futuro indissolubile”. Roberto Ridolfi sorride, sullo sfondo il Palatino, i Fori e San Pietro, senza curarsi dell’afa del giugno romano. 

Siamo sulla terrazza della Fao, l’organizzazione dell’Onu dove questo diplomatico esperto di sviluppo, sicurezza alimentare, ambiente e migrazioni ha assunto l’incarico di vice-direttore generale aggiunto. Al caldo Ridolfi è abituato, anche perché prima di Bruxelles e dell’esperienza come dirigente della Commissione europea è stato ambasciatore in diversi Paesi subsahariani. “Ho anche una figlia che è nata in Malawi” ricorda, prima dell’intervista e di parlare delle “grandi sfide”. 

– Direttore, cominciamo dagli ultimi giorni. La Fao ha appena ospitato un simposio dal titolo ‘Future of Food’. Qual’è questo futuro? 

“L’incontro è stato l’inizio di una riflessione importante perché la Fao è conosciuta come agricoltura ma è in realtà è anche ‘food’, qualcosa di molto più ampio e rilevante rispetto all’agricoltura, un settore che in molti Paesi rappresenta solo una piccola porzione del Pil. Il cibo è legato alla salute, alla dieta, a un modo di vivere. Per noi italiani è parte della cultura, di tradizioni, amicizie e rapporti interpersonali. Il simposio ha contribuito a idee e riflessioni che si aggiungono alle attività concrete della Fao. L’organizzazione, ricordo, ha due grandi mandati: quello normativo e quello di favorire lo sviluppo sostenibile. Insieme con altre agenzie dell’Onu, è custode degli indicatori della sostenibilità. Il mio compito è trasformare questa scienza in strumenti pratici, semplici e applicabili, che possano entrare nel business, nelle transazioni economiche quotidiane, dalla tavola alla terra, dagli attrezzi agricoli ai fertilizzanti”. 

 E il futuro? 

“La domanda è: ce la faremo con soluzioni naturali a sfamare il pianeta, tenendo conto che nei prossimi 30 o 40 anni la popolazione globale sarà raddoppiata o triplicata? E poi: l’incremento demografico non è simmetrico ma più accentuato dove c’è più povertà. Anche il ‘climate change’ purtroppo colpisce di più i poveri, favorendo i Paesi freddi, che diventano ottimi per l’agricoltura. C’è uno stravolgimento degli equilibri. La grande cosa è che la Fao ha sede a Roma, come il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo e il Programma alimentare mondiale. Questa presenza congiunta può e deve generare una strategia del governo italiano, della società civile e dell’accademia. Pensiamo anche alla dieta mediterranea: un modo di vivere più che di vedere il cibo”. 

E l’Africa? E’ un riferimento? 

“La mia esperienza africana mi dice che oggi questo continente può offrire molto all’Europa. Non si parla più di aiuto. L’Africa può aiutare l’Europa? E l’Europa può aiutare l’Africa? Domande che mettono un po’ di scompiglio. La verità è che i due continenti hanno dinamiche economiche, demografiche, sociali e produttive complementari che, se messe insieme, configurano uno sviluppo armonioso dei due blocchi. L’orizzonte, ovviamente, deve essere la sostenibilità: economica, ambientale, sociale”. 

– E’ questa la prospettiva di Agrinvest, l’iniziativa della Fao per gli investimenti in agricoltura? 

“Prima di parlarne serve una premessa: senza investimenti, non creiamo posti di lavoro. E gli investimenti vanno fatti ancora di più dove le condizioni sono difficili e causano migrazioni non volontarie, forzate, di persone che devono trovare assolutamente una risposta. Per questo è fondamentale ridurre il rischio. L’Unione Europea ha lanciato il Piano per gli investimenti esterni, che ora sta cominciando a essere messo in pratica. Parliamo di 44 miliardi di euro: non è tanto ma neanche poco, anche considerando che in futuro ci potranno essere aumenti. Rispetto al Piano, la Fao è un attore chiave: garantisce assistenza tecnica e mette a punto progetti di investimento che siano sostenibili e producano posti di lavoro decenti. L’impegno è stabilizzare l’Africa, creando per altro sfoghi di mercato di cui oggi l’Europa, asfittica dal punto di vista della crescita economica, ha assolutamente bisogno. Tutto questo porta a una conclusione: Europa e Africa hanno un futuro indissolubile, totalmente collegato”. 

– A investire, nel Piano Ue, saranno soprattutto i privati? 

“Dei 44 miliardi di euro 38 o 39 provengono da lì, per ragioni economiche e produttive, comunque legate al mercato. Il grande tema, qui, è la riduzione del rischio. La prima area di intervento riguarda le policy e i regolamenti. Un Paese dove ci sono difficoltà estreme a ottenere i permessi per fare business non riuscirà ad attrarre investimenti. Anche sul piano interno la burocrazia farà perdere tempo e denaro. Servono al contrario procedure amiche degli investimenti, a condizione che siano sostenibili sul piano ambientale, economico e sociale: devono essere inclusivi e non lasciare nessuno indietro. La parola ‘sostenibile’ deve essere inglobata nell’azione di ‘policy support’. La Fao fa proprio questo con Agrinvest, un’iniziativa finanziata anche dall’Italia, che sta andando molto bene”. 

– Cos’altro serve per ridurre i rischi?

“La tutela sul piano finanziario e commerciale. Chi va in un Paese ad alto rischio non se la sente di andarci da solo. Il Piano Ue per gli investimenti esterni si spiega così. Il nodo è creare una lista di progetti che siano ‘bancabili’, cioè accettabili per un istituto finanziatore per formulazione, completezza e sostenibilità. Il Piano Ue assiste le banche commerciali nelle garanzie e nelle operazioni. L’altro aspetto è il dialogo con il governo per ridurre le difficoltà burocratiche o di policy”. 

– La Fao e le agenzie Onu hanno partecipato a Exco, la fiera della cooperazione internazionale che guarda alle imprese. Si sono aperte prospettive nuove?

“Il mio è un giudizio molto positivo. Roma, la mia città, si è mossa in modo dinamico. C’è poi da riconoscere il ruolo di motore e ispiratore del viceministro Emanuela Del Re, che ha messo la sua autorità politica su un’iniziativa che ha visto la partecipazione di aziende, governi esteri, Commissione e agenzie di sviluppo dell’Ue. C’è stato anche un hackaton sugli Sdgs delle Nazioni Unite, con ragazzi che in tre-quattro giorni hanno presentato proposte operative. Un’altra novità è stata l’Auction Floor, la cosiddetta asta dei progetti, offerti a fondazioni e altri finanziatori. E’ un tipo di iniziativa che può diventare virale. Le ong che preparano un progetto di sviluppo investono. E’ un peccato, se il progetto è ben fatto, non vedersi riconosciuto lo sforzo solo per la mancanza di fondi italiani o della Commissione Ue. Con la Auction Floor si dà una seconda chance”. 

– Si parla già di nuove edizioni di Exco…

“La seconda, la terza o la quarta potranno essere ancora migliori. Exco è un segnale di vivacità e presenza dell’Italia e dà forse anche una risposta alla domanda su qual’è il ruolo delle agenzie dell’Onu a Roma e su quale strategia l’Italia intende sviluppare insieme con loro. So che questo discorso sta a cuore al governo. Suggerirei che i ministeri dell’Agricoltura, dello Sviluppo economico, della Salute e soprattutto degli Esteri si mettano attorno a un tavolo per sviluppare un’idea di come queste agenzie possono accompagnare l’Italia e di come l’Italia può sostenerle sempre di più”.

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14 Giugno 2019
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