Le concerie senza tempo di Marrakech: viaggio nelle viscere del suq

Nel cuore dei suq di Marrakech basta un attimo per farsi catturare
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BOLOGNA – “Tienilo sotto il naso e respira forte”. Senza mazzolino di menta non puoi entrare nelle concerie del Marocco, pilastro di artigianato e attrazione che resiste nei secoli. Nel cuore dei suq di Marrakech basta un attimo per farsi catturare e del resto oggi “è una giornata speciale”, si sbraccia il giovane in sneakers che conduce i turisti sul posto e che si arrangia con tre-quattro lingue diverse: “Siamo nella settimana della concia berbera, arrivano gli allevatori dei monti” Atlante.

Non distanti dalla Jemaa el-Fna e dai suoi serpenti imbambolati, ci troviamo nella pancia della coloratissima medina, proprio nelle sue viscere. Resistono eccome due grandi strutture conciarie, le tannaries come le chiamano i francesi, che riforniscono tutta la città e non solo, sfornando montagne di prodotti finiti che più artigianali non si può: borse e borsette, sandali, cinture e babbucce di alta qualità, tutto quello che anima e colora i vicoli della ‘città vecchia’ nasce qui, in questi enormi cortili a cielo aperto tappezzati di vasche e pregni di vecchi saperi.

Si fondano da queste parti, in fondo, le basi dell’eleganza “senza compromessi” e dello stile unico, quello marocchino, che conquistò a prima vista Yves Saint Laurent cinquant’anni fa. Gli stessi rivenditori o meglio tutti gli addetti ai lavori della filiera amano raccontare i due diversi procedimenti: la concia araba procede non-stop e lavora le pelli bovine, quella berbera si consuma a settimane alterne proprio per le esigenze di pascolo di dromedari, montoni e capre, soprattutto, tutti rigorosamente tosati a mano a suon di lame speciali.

Ecco come funziona al cortile medievale senza tempo, berbero o arabo che sia: si puliscono le pelli staccandole dal grasso e dalla pelliccia, immergendo le pezze nelle vasche zeppe di calce per una ventina di giorni. Seguono poi altri 20 giorni, nei quali si ricorre al pezzo forte: gli escrementi di piccione. Rappresentano la vera garanzia artigianale visto che contengono ammoniaca naturale, alternativa agli sbiancanti e agli ammorbidenti sintetizzati nei laboratori. Nelle vasche colme di acqua densa e scura, ricca dei liquami, le pelli vengono depositate da lavoratori, tutti uomini, che si immergono senza galoche e senza battere ciglio. Si passa quindi alle pietre, usate per levigare le pelli prima di farle essiccare al sole e, successivamente, tingerle con coloranti esclusivamente naturali, tra soluzioni di acqua e cortecce di banano: sfilano così il magenta, il marrone, l’ocra gialla e rossa, il nero e i verdi vari, proprio quelli che conquistano gli stranieri nei vicoli della medina.

Le pelli seccate bisogna poi spazzolarle, per eliminare tutti i peli, e affastellarle qua e là alle porte del cortile, mentre gli asini vanno e vengono dai mercati trasportando il prodotto asciutto nei suq, prontissimo per l’intervento taglia e cuci a cura dei maestri nelle botteghe. In tutto questo, il prezzo da pagare non è solo quello della mancia al giovane in sneakers, o meglio ai suoi referenti nella conceria, ma dunque quello naso. Gli olezzi che si avvertono nei dintorni delle tannaries si fanno pugnaci una volta entrati, e pure il mazzolino di menta appare in affanno sovrastato da questo tutt’uno di pelle e sangue, pelo e guano, arte antica e vita vera.

Foto: credits Olga Merlin 




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