ROMA – “In Libano oggi la situazione è devastante: a Beirut gli attacchi sono rallentati ma continuano nel sud, così, accanto agli sfollamenti di massa, assistiamo a un livello di distruzione mai visto prima, col chiaro intento di impedire agli sfollati di fare ritorno alle loro case nel sud almeno nel breve periodo“. L’agenzia Dire raggiunge telefonicamente nel suo ufficio di Beirut Aloma Garcia Grau, direttrice paese di WeWorld in Libano. L’organizzazione umanitaria, presente dal 2006, ha operatori su tutto il territorio nazionale per fornire assistenza alla popolazione, con uffici a Beirut e nel valle della Bakaa, a nord.
La responsabile di WeWorld avverte: “Gli sfollati hanno superato il milione e duecentomila su una popolazione di 4 milioni: significa che un quarto degli abitanti del Paese ha perso la casa. Anche il 10% circa dei nostri operatori sono sfollati”. A ciò si aggiunge l’invasione di terra dell’esercito israeliano, che lavora per creare una zona cuscinetto di sicurezza tra la propria frontiera col Libano e il fiume Litani. Per fare ciò, “ha distrutto tutte le strade e i ponti di collegamento dal Litani alle regioni meridionali, che ora sono completamente tagliate fuori”, avverte Garcia Grau. Per questo “è molto difficile capire cosa sta succedendo in quelle aree” Questa mancanza di informazioni ostacola la possibilità di raggiungere le comunità e conoscere i loro bisogni. A ciò si aggiunge il fatto che “la situazione è volatile: non sappiamo per quanto ancora durerà il conflitto, se si registrerà un’altra escalation come quella dell’8 aprile, quando in dieci minuti sono stati colpiti un centinaio di obiettivi”.

Ad oggi dunque WeWorld continua l’assistenza di base per circa 8mila civili, “di cui un terzo sono bambini. Distribuiamo cibo, acqua e coperte anche nei centri d’accoglienza per gli sfollati, allestiti dal governo”. L’organizzazione poi si occupa di fornire attività ricreative ma anche lezioni scolastiche “sia ai minori sfollati che delle comunità che hanno perso la scuola, dal momento che gli edifici vengono usati come rifugi”. Un altro ambito, questo, in cui è difficile programmare un intervento sul lungo periodo: “Non è chiaro quando potranno tornare a casa, liberando le scuole”.
L’enorme esodo di sfollati sta creando anche delle tensioni tra le comunità e secondo la responsabile di WeWorld “c’è anche qui un intento specifico di alimentare le divisioni. Tuttavia, gli esempi di solidarietà e accoglienza a cui assistiamo tutti i giorni superano gli episodi di tensione”, conclude.
UCCISO UN PARAMEDICO DELLA CROCE ROSSA LIBANESE IN UN RAID
In attesa dei colloqui di un cessate il fuoco delle prossime ore a Washington, proseguono intensi combattimenti nel sud, dove nelle ultime ore si è registrata l’uccisione di altri civili tra cui una madre cone i suoi due figli. Un drone ieri ha inoltre colpito l’ingresso di un centro della Croce rossa libanese a Tiro, che domenica aveva già denunciato la morte di un proprio operatore, il quinto dalla ripresa delle ostilità di marzo: si tratta del paramedico Hassan Badawi. Con lui è rimasto ferito anche un secondo operatore. Entrambi sono stati “trasferiti all’ospedale governativo di Tibnin”, ma per Badawi non c’è stato nulla da fare. L’ospedale stamani è stato danneggiato da un raid avvenuto poco lontano.





Aggiungi Dire.it alle tue fonti preferite su Google


