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Parità e pace: l’università sfida il futuro

Numerose le sfide emerse durante un webinar organizzato dall’Università Luiss Guido Carli e dall’associazione Le Reseau nell’ambito del Programma diaspore dell’ateneo

14-04-2022 19:35
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ROMA – A causa della pandemia di Covid-19 ci vorranno 36 anni in più di quanto previsto per colmare il gap di genere nel mondo. Un dato, questo, che costituisce una sfida per il futuro ed è fra i numerosi emersi durante un webinar organizzato dall’Università Luiss Guido Carli e dall’associazione Le Reseau nell’ambito del Programma diaspore dell’ateneo.

La prospettiva dell’appuntamento, articolato in due giornate online, oggi e domani, è quella di mettere a sistema dati e informazioni come quello relativo alla differenze di genere nel mondo post-pandemia per “educare cittadini globali, pronti a gestire le complessità del futuro”, come spiega in apertura di lavori Marco Francesco Mazzù, professore di Marketing e Digital e recruiting leader dell’Università. Centrale in questo senso è il ruolo delle diaspore, spina dorsale del Programma lanciato da Luiss

Del tema dice Edouard Firmin Matoko, assistente per il dipartimento africano del direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la Ccultura (Unesco). Matoko rilancia le prospettive di Mazzù e premette che le università “sono dei punti di incontro multiculturale” fondamentale per il futuro del nostro pianeta.

Entrando nel vivo Matoko comincia raccontando di “appartenere a una generazione di cittadini africani che è potuta venire in Europa a studiare, sostenuta da istituzioni pubbliche, borse di studi e iniziative dei governi”. Lo studio all’estero e i programmi che lo permettono, come quello della Luiss, “determinano una trasformazione e attraggono intellettuali e studiosi che possono facilitare il contributo delle diaspore, che può essere incredibile”.

Un altro passaggio chiave, secondo Matoko, e quello di mettere “in rete gli istituti universitari europei con quelli africani”. Anche nel continente a sud del Mediterraneo infatti, “ci sono università di qualità e professori di grande valore”.

Uno dei percorsi di studio che si possono intraprendere alla Luiss è quello in Business administration. Il corso, spiega il professore di Economia e gestione delle imprese Antonio Majocchi, è quello di “ottenere degli strumenti per affrontare questioni complesse”. Ad esempio, per poter rispondere alla domanda che anima l’intervento del docente all’incontro di oggi: le multinazionali sono buone o cattive?
Majocchi premette che “non si può dare una risposta a un quesito del genere”, come testimoniato in parte anche dal simbolo che il professore sceglie per la sua presentazione: Giano bifronte, divinità a due facce dell’antica Roma, che “proprio come le grandi corporazioni transnazionali, ha un volto buono e uno cattivo”.
Majocchi passa ad approfondire i dati che sostengono la sua tesi. Se da una parte, sottolinea il professore, le multinazionali infatti “rappresentano circa il 25 per cento del Pil della terra e sono i maggiori, e i più stabili e resilienti, player di sviluppo”, allo stesso tempo “sono spesso protagoniste di comportamenti sleali sul piano della competività e beneficiano di regimi fiscali privilegiati e illegali, come nel caso di Apple in Irlanda”.

Più che risolvere la complessità trovando risposte immediate, quindi, bisogna imparare a decifrarla. Un lavoro a cui si dedica anche Manfredi Marciante, dottorando in Diritto e impresa alla Luiss, specialista di diritti umani. Il tema al centro del suo intervento è la relazione fra “peace building” e sviluppo sostenibile. Dopo aver affrontato separatamente i due elementi, lo studioso giunge a una sintesi nella quale “i due temi sono intercorrelati”. Il binomio è declinato in una prospettiva personale da Marciante, dove trova posto “la centralità della persona”, in quanto “la pace è da intendersi come il punto in cui le persone, e quindi la società, raggiungono il massimo del loro potenziale”.

La questione dello sviluppo sostenibile torna nella presentazione di Emiliana De Blasio, coordinatrice scientifica de Centre for Media and Democratic Innovations “Massimo Baldini” (Cmdi) presso la Luiss. Nello specifico l’esperta prende in esame l’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero cinque dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, quello relativo all’uguaglianza di genere. La professoressa spiega come il documento delle Nazioni Unite, adottato nel 2015, sia “l’ultimo stadio di una evoluzione durata oltre 30 anni, cominciata con la conferenza di Città del Messico del 1975 e passata per alcuni momenti chiave come la conferenza di Pechino del 1995”.
Tra i punti centrali di questo obiettivo, ricorda De Blasio, “l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e violenza contro donne e ragazze; la valorizzazione del valore domestico e la condivisione equa delle responsabilità domestiche; la promozione dell’empowerment femminile grazie alla tecnologia”.

Su questo obiettivo dell’Agenda 2030, così come su altri, si è abbattuta la pandemia. “Se prima si calcolava che ci sarebbero voluti in media nel mondo 99,5 anni per colmare il gap di genere ora la stima e a 135,5 anni”. Un quadro scoraggiante, ma ci sono Paesi che riducono il divario. “Per esempio”, sottolinea De Blasio, “Togo, Serbia, Timor est e Emirati Arabi Uniti”.

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