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Myanmar, Myo (ministra in esilio): “Gli aiuti non vadano ai militari”

L'intervista alla ministra (National Unity Goverment, Nug): "L'Europa e l'Italia investano in modo responsabile"

Pubblicato:14-03-2023 19:00
Ultimo aggiornamento:15-03-2023 14:34
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ROMA – Collaborare con le organizzazioni umanitarie della società civile invece che con quelle che rispondono alla giunta militare che guida il Myanmar dal febbraio 2021 e poi investire in modo responsabile, evitando di sostenere “le violazioni dei diritti umani” delle forze armate. Appelli alla comunità internazionale e in modo particolare all’Italia che partono da Khin Ma Ma Myo, ministra dell’Economia e del commercio del Governo di unità nazionale (National Unity Goverment, Nug), un esecutivo “ombra” istituito due mesi dopo il golpe militari da esponenti della precedente amministrazione eletta.

IL NUG PER IL PARLAMENTO EUROPEO

Il Nug non è formalmente riconosciuto dalla comunità internazionale ma nell’ottobre 2021 una risoluzione del Parlamento europeo ha definito l’organismo e il suo parlamento, il Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw (Crph), “gli unici legittimi rappresentanti delle aspirazioni democratiche del popolo birmano”. Il mese scorso il Nug ha aperto anche un ufficio diplomatico a Washington.

L’INTERVISTA

L’intervista con Myo, nativa dello Stato orientale dello Shan e residente a Londra, studi di economia, scienze politiche e business administration in Gran Bretagna, si svolge in occasione della Giornata nazionale dei diritti umani del Myanmar e nell’ambito di una sua visita in Italia che l’ha portata a incontrare in Farnesina anche la direttrice generale per l’Asia del ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale, Alessandra Schiavo.

E’ proprio dalle prospettive dei rapporti con l’Italia e con l’Europa che parte il ragionamento della ministra, incontrata nella sede romana dell’agenzia Dire. “Ringraziamo la comunità internazionale per il sostegno che ci sta dando non solo dal colpo di Stato ma fin dall’inizio della nostra lotta per instaurare una democrazia federale in Myanmar, che è cominciata subito dopo l’indipendenza nel 1948”, premette la dirigente del Nug, che passa in rassegna alcune delle principali richieste che il governo in esilio rivolge a Roma e a Bruxelles.

Facciamo appello affinché vengano imposte sanzioni economiche efficaci che riescano a interrompere le linee di finanziamento dei militari; perché si investa in modo responsabile nel nostro Paese, rispettando le linee guida che abbiamo elaborato per questo scopo; affinchè non si collabori con l’apparato umanitario del regime dei militari ma con le realtà della società civile”. Myo denuncia: “Più volte la comunità internazionale ha sostenuto le strutture umanitarie della giunta a causa di una mancanza di informazioni”.

Il contesto a cui far riferimento la ministra è segnato da due anni di potere in mano ai militari e da mesi di conflitto fra l’esercito, le opposizioni e le milizie di base nei vari Stati etnici del Paese. Il golpe del febbraio 2021 ha infatti ridestato le tensioni da sempre latenti lontano dalla capitale Naypyidaw e l’ex capitale Yangon. Nel settembre 2021 il braccio armato del Nug, le People’s Defence Force (Pdf), ha poi apertamente annunciato una “guerra di resistenza” contro le forze armate birmane, note nel Paese come Tatmadaw. Stando ai dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) aggiornati al mese scorso, 17,6 milioni di persone sulle 53 milioni che vivono in Myanmar necessitano di aiuti umanitari, mentre gli sfollati interni sono almeno 1,5 milioni. Secondo il Programma alimentare mondiale (Pam/Wfp), i birmani che soffono di insicurezza alimentare sono circa 13 milioni.

In un rapporto uscito nei giorni scorsi l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) ha invece fornito una panoramica sulla repressione messa in campo dai militari dopo il golpe: in poco più di due anni le persone uccise dai militari o dai loro affiliati sono almeno 2.940. Circa 17mila invece le persone arrestate nello stesso periodo.

Myo approfondisce quindi il tema delle sanzioni, ritenute lo strumento più efficace per far fronte alle violenze commesse dalla giunta. A oggi l’Ue ha imposto quattro pacchetti di sanzioni a individui o entità collegate al potere dei militari. “Crediamo che queste misure economiche dovrebbero concentrarsi su tre comparti fondamentali per il commercio del Myamar” dice la ministra: “Combustibili fossili, miniere e poi quello delle assicurazioni”. Quest’ultimo settore, specifica Myo, è particolarmente importante perché “se si applicano provvedimenti sul regime assicurativo si impedisce il trasporto di materiale come le armi, sia tramite nave che aereo”.

Un nodo, quello delle armi, che dopo il golpe ha visto coinvolta anche l’Italia. Un reportage del quotidiano Irrawaddy che provava l’utilizzo di munizioni italo-francesi da parte dei soldati birmani ha portato nel 2021 a richieste di chiarimenti da parte della società civile italiana, anche alla luce del fatto che un embargo sulle armi verso il Paese è formalmente in vigore da anni nell’Ue e che l’ultimo invio ufficiale dall’Italia di materiale bellico risale a prima del 1990.

“Bisogna essere consapevoli che qualsiasi tipo di affari con i militari sul versante della sicurezza e della difesa equivale a finanziare terrorismo di Stato e violazioni dei diritti umani”, denuncia ancora Myo, un passato anche da consigliera per la sicurezza nel processo di pace che si è svolto nel Paese fino al 2021.

Un’ultima riflessione di Myo è quindi proprio sul contributo delle donne nel processo di “state building” a cui avrebbe messo fine l’esercito nonché sul loro impegno nella lotta per la democrazia. “Sono state molte le attiviste che hanno partecipato al rafforzamento delle istituzioni democratiche durante il periodo delle riforme che ha seguito la dissoluzione dell’ultima giunta militare, nel 2010”, ricostruisce la ministra. Il governo deposto dai militari era guidato di fatto da Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, arrestata e poi condannata dai militari a 33 anni di carcere. “Vorrei”, scandisce Myo, “rendere un saluto alle donne che stanno animando la lotta contro i militari e che sono in carcere, il loro apporto è fondamentale”.

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