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Coronavirus, in Gb Johnson non vuole contenere il virus. Parte petizione: “Italia modello”

Raccolte più di 140mila firme per chiedere di discutere in aula la linea sul Covid annunciata dal premier Johnson che ha detto agli inglesi: "Preparetevi a perdere molti cari"
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ROMA – Oltre 140mila firme in pochi giorni, abbastanza per costringere il parlamento britannico a fissare una data per il dibattito in aula: sono i numeri di una petizione popolare con la quale si chiede al governo di Londra, a dispetto della tesi di Boris Johnson sulla cosiddetta “immunità di gregge”, di creare un’area “protetta” dal coronavirus sul modello italiano.

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Nel testo, si legge sul sito della Camera dei comuni, si sottolinea che per contenere l’epidemia “bisogna seguire subito le disposizioni di contenimento già adottate da Paesi colpiti duramente dal Covid-19″. Secondo i firmatari, dovrebbero essere vietati gli spostamenti non necessari tra le città, consentiti i viaggi solo in casi di emergenza e scoraggiati i raduni pubblici.”E’ meglio – si legge nel testo – spendere soldi per contenere il virus e curare i relativamente pochi malati di adesso piuttosto che aspettare che le vittime aumentino”.

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L’esame parlamentare della petizione, che dovrebbe essere calendarizzato già a inizio settimana, seguirà giorni di tensioni e polemiche. Nonostante l’aumento dei contagi, Johnson si è opposto alla chiusura delle scuole o dei pub, che restano tuttora aperti e affollati. A suscitare allarme e polemiche, poi, l’appello del premier a prepararsi al fatto che “molte famiglie perderanno i loro cari“. Una previsione accompagnata dalla stima di un consigliere governativo, Patrick Vallance, secondo il quale il Covid-19 potrebbe colpire il 60 per cento della popolazione britannica. La sua tesi, contestata dai firmatari della petizione, è che la strategia migliore sia “spalmare il picco” dell’epidemia consentendo di sviluppare “un’immunità di gregge o di gruppo“.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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