Processo Aemilia, nel giorno di San Valentino parla in aula il pentito “per amore”

Oggi la testimonianza di Angelo Salvatore Cortese: nel 2008, dopo 25 anni di sangue e traffici illeciti, ha deciso di collaborare con la giustizia
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REGGIO EMILIA – San Valentino entra anche nell’aula del processo Aemilia. Questa mattina è proseguita in udienza a Reggio Emilia la deposizione del maxi-pentito Angelo Salvatore Cortese che, coinvolto per 25 anni in traffici illeciti e fatti di sangue tra l’Emilia e la Calabria, ha deciso nel 2008 di collaborare con la giustizia. “A 40 anni mi sono innamorato e volevo uscire da quel fango“, spiega Cortese rispondendo alle domande degli avvocati della difesa. Oltre a ricostruire diversi episodi della guerra tra clan degli anni ’90 che portò all’ascesa della famiglia Grande Aracri, il testimone dipinge poi un affresco ben poco romantico degli ambienti della ‘ndrangheta e dei rapporti tra i suoi affiliati, caratterizzati da un clima costante di sospetto alimentato con delazioni (“tragedie” nel gergo della mala) e alleanze volubili (“false politiche”). Spiega Cortese: “Da giovane credevo davvero nei valori di fratellanza, amicizia, spartizione e onestà che mi avevano inculcato. Poi in 25 anni ne ho viste di tutti i colori e avendo vissuto la ‘ndrangheta sulla mia pelle ho deciso di uscire da quel fango. Ho trovato una compagna, mi sono innamorato”. E ancora: “Lì è normale che nessuno si fidi dell’altro e se pensano che sei passato con qualche rivale, ti uccidono in amicizia, invitandoti a mangiare il pesce o il capretto“.

Nella ‘ndrangheta “è meglio non fare domande, vogliono gente che meno capisce e meglio è perché appena si accorgono che uno vede un po’ più in là, trovano il modo di farlo fuori con le ‘tragedie'”. Cortese, che per sua stessa ammissione nella cosca ricopriva un ruolo apicale, ha anche spiegato di essere stato economicamente abbandonato dal clan dopo il suo arresto (“facevo la fame in carcere“), ma di non nutrire per questo “nessun rancore” verso Nicolino Grande Aracri. Il testimone ha infine visionato alcune fotografie, riconoscendo Giuseppe Iaquinta e affermando: “So solo che erano imprenditori vicini ai Grande Aracri”. Prima del pentito sono invece sfilati sul banco dei testimoni alcuni ex agenti della Squadra Mobile della Questura di Reggio che indagarono sul rogo della Bmw dell’imprenditore Michele Colacino avvenuto in via Cecati in città la sera del 14 novembre del 2011. Tra gli uomini delle forze dell’ordine ascoltati anche l’ispettore Felice Caiazzo, indagato per favoreggiamento, che si è avvalso della facoltà di non rispondere.

di Mattia Caiulo, giornalista professionista

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