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A Roma la prima riunione della Commissione pari opportunità della nuova giunta, le associazioni: “Non tutti posso gestire i cav”

donna lavoro
Ad aprirla il report di Alessandra Staiano sulla situazione di centri antiviolenza e case rifugio sul territorio romano
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di Laura Monti

ROMA – Si è aperta con il report di Alessandra Staiano sulla situazione di centri antiviolenza e case rifugio sul territorio romano la Commissione Pari opportunità di oggi, la prima della nuova giunta. Staiano, che fa parte del Dipartimento Partecipazione, comunicazione e pari opportunità di Roma Capitale, ha elencato le strutture antiviolenza di competenza di Roma Capitale attualmente operative: si tratta di 12 centri antiviolenza, 3 case rifugio, 5 case per la semi- autonomia e altrettante per la seconda autonomia.

Nell’ultimo anno, ha aggiunto, “abbiamo avuto circa 3000 contatti, seguito 1600 donne e ospitato 77 fra donne e minori”. Nelle strutture antiviolenza è assicurato, ha detto ancora Staiano, “ascolto h24, assistenza psicologica e legale, apertura della sede fisica almeno 5 giorni a settimana, personale esclusivamente femminile e formato sulla violenza di genere. E ancora supporto ai minori, orientamento al lavoro e all’autonomia abitativa”.

Rispetto a questo stato di cose, molti sono stati gli interventi durante l’assemblea- che si è tenuta online per ragioni legate al Covid ma che avrebbe dovuto svolgersi presso la Casa internazionale delle donne- e molte le problematiche emerse. Per quanto riguarda la questione, fatta emergere dall’avvocata di Telefono rosa Alessandra Lapadura, delle poche ore di consulenza legale e psicologica che le strutture possono mettere a disposizione delle ospiti, “ci sono problemi strutturali- ha detto Staiano- Non sempre da parte dei municipi c’è collaborazione sui centri antiviolenza. Non c’è scritto da nessuna parte che c’è un’ora per la psicologa o per l’avvocata. C’è una stima dei costi, ma non viene indicato come articolare il budget”.

Altro tema poi quello dei bandi cui devono partecipare ogni anno i centri antiviolenza e le case rifugio per l’assegnazione dei progetti: “Bisogna aumentare il numero di anni che intercorrono fra i bandi così da riuscire a dare agli operatori un periodo più lungo per interventi più mirati”, ha detto l’ assessora capitolina alle Attività produttive Monica Lucarelli.

Tra gli interventi, uno fondamentale è per l’assessora quello sul lavoro: “Lavoro e pari opportunità sono due temi che devono sempre di più andare di pari passo perché è attraverso l’indipendenza economica che passa la fuoriuscita delle donne dalla violenza”. E ancora, la prevenzione: “Come assessorato dobbiamo lavorare perché si arrivi all’azzeramento dei numeri della violenza: quindi cultura, educazione nelle scuole, educazione all’affettività. Per questo dobbiamo creare una partnership tra pubblico e privato”.

All’assemblea ha preso parte anche l’assessora con delega alle Pari opportunità della Regione Lazio, Enrica Onorati, secondo cui “i due mandati consecutivi di Zingaretti sono stati un giro di boa per rafforzare il sistema delle associazioni”. “La regione Lazio c’è ed è accanto al Comune di Roma oggi più che mai- le ha fatto eco Eleonora Mattia, presidente della Commissione Pari opportunità della Regione- Siamo qui per ribadire che vogliamo fare la differenza”, ha detto infine, ricordando la legge per la parità salariale promossa dalla Regione, le proposte di legge per la sensibilizzazione sull’endometriosi, contro i pregiudizi in materia di Stem e contro il ‘revenge porn’: “Sono impegni seri e concreti- ha concluso- frutto di un lavoro di squadra”.

ASSOCIAZIONI: “NON TUTTI POSSONO GESTIRE I CENTRI ANTIVIOLENZA

“Il rapporto con le istituzioni per la Casa e per le donne è fondamentale, spero che possa essere sempre un rapporto positivo”. Così la presidente della Casa internazionale delle donne Maura Cossutta intervenuta alla prima assemblea capitolina della Commissione Pari opportunità di Roma Capitale, che si è svolta online per ragioni legate la Covid ma che avrebbe dovuto svolgersi proprio alla Casa internazionale delle donne. Alla riunione hanno preso parte le tante associazioni che sul territorio si occupano di violenza sulle donne, presentando le varie criticità in merito, prime fra tutte quelle che riguardano i bandi: “Ci deve essere un tempo più lungo fra un bando e un altro- ha detto Oria Gargano, presidente della cooperativa Befree, accogliendo la proposta dell’assessora alle Attività produttive Monica Lucarelli- e bisogna eliminare la terza busta, quella sullo sconto più alto”. Ad oggi, infatti, anche nei bandi che riguardano il contrasto alla violenza di genere, viene assegnato un maggiore punteggio ai progetti che riescono a minimizzare i costi: “Ma noi non scendiamo sui prezzi: le operatrici vanno gratificate, anche perché una operatrice sfruttata come potrebbe fare empowerment?”.

La questione dei bandi è stata stigmatizzata anche dalle rappresentanti delle altre associazioni presenti all’assemblea, così come il tema di chi debba occuparsi di centri antiviolenza e case rifugio: secondo Elisa Ercoli, di Differenza donna, “nel Lazio e a Roma ci sono soggetti che non hanno i requisiti: centri antiviolenza e case rifugio aiutano proprio perché realizzati da donne femministe in grado di lavorare per uscire dalla cultura patriarcale, dagli stereotipi e dai pregiudizi genere”. Al contrario, in un contesto in cui “vediamo crescere l’importanza delle c.t.u e la diffusione della falsa teoria dell’alienazione parentale, riteniamo incompatibile che a gestire un centro antiviolenza ci siano soggetti neutri che magari svolgono anche mediazione familiare”. “Se un centro fa mediazione e incontri protetti, parla di ‘litigi’ invece che di violenza, ha un’altra ottica, che non è quella della protezione della donna– le ha fatto eco la consigliera comunale e avvocata penalista Cristina Michetelli– Io credo che le donne femministe siano quelle che danno i maggiori risultati”.

C’è poi il tema della capillarità sul territorio delle strutture antiviolenza: “Abbiamo difficoltà a far fronte a ciò che arriva al centro, quest’anno abbiamo dato una risposta adeguata solo al 10% delle donne che hanno chiesto ospitalità- fanno sapere dalla Casa delle donne Lucha y Siesta– Questo vuol dire essere costrette a inserire le donne in servizi neutri, che non applicano al problema una postura di genere, che invece è necessaria”. Non solo centri antiviolenza e case rifugio: per le attiviste è necessario agire con più forza anche sulla formazione di tutti gli operatori che si confrontano con la violenza di genere, dalle forze dell’ordine agli assistenti sociali: “Noi cerchiamo di farlo con le nostre poche risorse, ma dovrebbe essere uno sforzo collettivo”.

Per uscire dalla violenza, inoltre, è necessario affrontare il tema dell’indipendenza economica e del lavoro: “Molte donne rinunciano al lavoro perché la maternità è inconciliabile con orari e luoghi del lavoro- ha detto Laura Ferrari, della onlus Cora– E questo aspetto va affrontato, perché quello della conciliazione fra vita privata e lavoro è un problema che riguarda ancora soprattutto le donne. Il Comune- ha concluso- dovrebbe promuovere una riflessione su questo e rendere la città più amichevole perché le donne più di chiunque altro sono stritolate da orari, traffico e sono costrette ad autoeliminarsi dalle opportunità di lavoro”.

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