venerdì 11 Settembre 2026

Terzo settore, la spinta delle Ong per i ricongiungimenti familiari

Pietravalle (Arci): "Con la Community of practice a fianco dei migranti". Di cosa si tratta

ROMA – Nel 2025, guerre, conflitti e crisi climatica hanno costretto 177 milioni di persone a lasciare le proprie case: tale è il numero dei rifugiati secondo l’Unhcr, un fenomeno che va ad aggiungersi ai movimenti di persone interni ai Paesi. Quando la persona – per scelta o necessità – si trasferisce in un altro Paese, non sempre ha la possibilità di portare con sé il resto della famiglia e così, dopo essersi stabilita, può valutare l’istituto del ricongiungimento familiare.
Riconosciuto tanto dall’ordinamento italiano che dell’Unione europea, è il diritto di salvaguardare, mantenere e riunire l’unità familiare, permettendo l’ingresso sul territorio dei propri cari.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO, I NUMERI

Tuttavia, nella pratica è un processo tutt’altro che semplice: a ritardare le procedure sono i conflitti stessi – che determinano ad esempio la chiusura delle ambasciate – oppure le lungaggini burocratiche. Eppure solo nel nostro Paese, come stima il Centro Astalli, i rifugiati titolari di protezione internazionale nel 2024 sono stati 150mila, i titolari di protezione temporanea sono 163mila, (prevalentemente di nazionalità ucraina) e 207mila i richiedenti asilo soprattutto da Bangladesh, Pakistan ed Egitto. Il fenomeno quindi è consistente. Al fianco delle persone, sul territorio nazionale entra in azione la Community of Practice (CoP), promossa dalle Agenzie Onu per i Rifugiati e per i Migranti (Unhcr e Iom) insieme ad Arci, Caritas italiana, Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), Croce Rossa italiana (Cir) e Save the Children. All’agenzia Dire ne parla Gaia Pietravalle, coordinatrice del numero verde per richiedenti asilo e rifugiati di Arci nazionale: “L’obiettivo è facilitare il ricongiungimento attraverso incontri formativi, scambio di informazioni, analisi giuridica, condivisione di buone pratiche e criticità. Insieme, pianificano ogni anno attività comuni, come eventi, seminari, documenti di analisi e azioni di advocacy, basate su un metodo decisionale condiviso”.

LA COMMUNITY OF PRACTICE, DI COSA SI TRATTA

Rivolta ai beneficiari di protezione internazionale e migranti, la Community of Practice è una rete di organizzazioni, enti istituzionali, esperti e operatori legali e sociali che collaborano per promuovere l’accesso concreto al diritto all’unità familiare, attraverso eventi, seminari e strumenti informativi. Attività che, nel rispetto di un diritto riconosciuto dalla Costituzione, collaborano alla sua attuazione sfruttando la capillarità degli organismi del terzo settore.
Continua Pietravalle: “Arci contribuisce alla Community of Practice attraverso il lavoro di advocacy, il supporto legale, la formazione degli operatori e la promozione dell’accesso ai diritti per le persone titolari di protezione internazionale”. Tra questi, l’accesso alla mediazione linguistico-culturale, l’orientamento e accompagnamento ai servizi socio-sanitari e di supporto psicologico e sociale, nonché percorsi di integrazione post-arrivo (corsi di lingua, orientamento culturale, inserimento lavorativo).
Come continua la referente di Arci, “il lavoro sul ricongiungimento familiare coinvolge una pluralità di soggetti: prefetture e ambasciate, per la gestione delle pratiche e il rilascio dei documenti; le scuole, per l’inserimento scolastico dei minori ricongiunti; gli ospedali e servizi sanitari, per garantire assistenza a persone con vulnerabilità; i comuni e servizi sociali, per l’accoglienza e l’inclusione a livello locale; gli operatori legali e del terzo settore, per il supporto, il monitoraggio e le azioni di advocacy”.

IL CASO DI ANNICK MIREILLE BLANDINE

Un esempio è il progetto ‘Annick – Per il diritto all’unità familiare“, promosso da Melting Pot Odv in collaborazione con Circolo Arci Pietralata e il supporto dei legali dell’Associazione Spazi Circolari. Realizzato in uno dei quartieri della periferia di Roma, il progetto offre servizi affinché non si ripeta la vicenda di Annick Mireille Blandine, la 37enne della Costa D’Avorio morta per una fatalità proprio dopo aver faticosamente ottenuto il via libera all’arrivo dei due figli, che aveva lasciato nel 2014. Un diritto che ha impiegato nove mesi prima di essere implementato.

GLI OSTACOLI BUROCRATICI- E NON SOLO – AI RICONGIUNGIMENTI

In effetti, far arrivare coniugi, figli o genitori non è così semplice, come spiega la coordinatrice Arci: “Sebbene la normativa vigente preveda che la procedura debba concludersi entro un massimo di 120 giorni, nella pratica questi termini sono raramente rispettati: l’attesa può durate anche anni. Uno dei punti critici del DL 146/2025, attualmente in discussione presso la I Commissione Affari Costituzionali della Camera è proprio l’ipotesi di estendere ulteriormente il termine per il rilascio del nulla osta al ricongiungimento familiare da 90 a 150 giorni. La norma così formulata- avverte Pietravalle- non prevede eccezioni e si applicherebbe anche a minori stranieri non accompagnati e a titolari di protezione internazionale, con gravi conseguenze sul piano della protezione e dell’integrazione”.
Inoltre, “chi avvia la procedura spesso si scontra con ostacoli nella fase gestita dalle Ambasciate italiane. Queste ultime hanno esternalizzato la gestione dei visti a società private (tra cui figurano VFS Global e BLS International), generando numerose segnalazioni di truffe o fenomeni corruttivi, su cui manca un’indagine adeguata da parte dei servizi consolari e del Ministero degli Affari esteri”. Arci ha sollevato la questione con interrogazioni parlamentari e ricorsi legali.

Secondo Pietravalle c’è poi la questione della mancanza di documenti ufficiali riconosciuti: “la legge prevede una procedura semplificata per i rifugiati, che non possono rivolgersi alle proprie autorità diplomatiche. Tuttavia, le autorità consolari italiane spesso continuano a richiedere documenti ufficiali, invece di accettare prove alternative come interviste familiari, fotografie o altri documenti informali”.
Terzo, i costi ingenti, “tra marche da bollo, visti, traduzioni, legalizzazioni, vitto e alloggio nei paesi di transito, voli e test del Dna.
Infine, “spesso le persone non dispongono di informazioni semplici e comprensibili nella loro lingua madre sulla procedura da seguire”. Così, anche dopo il ricongiungimento, “le famiglie continuano a incontrare difficoltà nell’accesso al rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, accesso al Servizio Sanitario Nazionale, iscrizione scolastica dei minori, e assenza di servizi strutturati dedicati ai familiari dei titolari di protezione internazionale”.

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