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Milano, Rainbow District: “Noi vittime del degrado come i giovani e i residenti”

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Paolo Sassi, titolare di due locali di via Lecco e presidente dell'associazione che riunisce i commercianti della gay e queer street milanese, propone un confronto in Comune sul tema della 'mala movida' che coinvolga tutte le parti
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MILANO – Riconosce che da luglio ad oggi è stato “drammatico”, nei confronti dei residenti mostra “totale comprensione” ma da loro si aspetta un’apertura al dialogo per tutelare un quartiere come porta Venezia che considera un unicum “a livello europeo”, provando ad imbastire – perché no – un confronto sul tema con Palazzo Marino che includa tutti gli attori in gioco.

I giovani e la cosiddetta ‘mala movida‘? Certo è un problema di ordine pubblico che, peraltro, “danneggia in primis i commercianti“, anch’essi impegnati a fare i conti con “venditori abusivi di alcol e baby gang“. C’è poi sullo sfondo anche un tema di “disagio sociale” causato dalla pandemia che va considerato, perché è il contesto in cui ogni weekend, da mesi, va in scena quello che per i residenti di Porta Venezia è un “far west fuori controllo”.

A parlare con l’agenzia Dire è Paolo Sassi, titolare di due locali di via Lecco e presidente del Milano Rainbow District, associazione nata con l’obiettivo di riunire i commercianti della gay e queer street milanese che si snoda nel quadrilatero alle spalle dei bastioni di Porta Venezia, tra via Lecco, via Castaldi, via Lazzaretto, via Palazzi, viale Tunisia, via Melzo e altre. “Chiediamoci perché c’è tutto questo caos, contestualizziamolo“, suggerisce. Infatti, “dopo due anni di pandemia, in cui i giovani e gli adolescenti si sono trovati senza vita sociale in una fase cruciale dell’esistenza, le vie sono diventate i loro punti di aggregazione“. C’è poi da dire che da luglio ad adesso “questo caos ha colto impreparati anche noi – fa notare Sassi – e ne siamo anche un po’ le vittime”.

La questione per Sassi è legata a delle sostanziali differenze da sottolineare. “Qui è arrivata una clientela molto giovane, che non conoscevamo e che non ha le disponibilità economiche per consumare da noi, quindi dalla loro presenza non traiamo nessun profitto”. Risposta doverosa a chi li accusa di voler speculare. Per questo ai residenti dice: “Avete sbagliato nemico, non siamo noi, piuttosto le realtà che non seguono le regole e che per questo vanno punite“.

Da qui il possibile scenario: un tavolo convocato dal Comune di Milano tra tutte le parti. “A me piacerebbe – confessa il presidente del Milano Rainbow District – però deponendo le armi e provando a capirci. Io in quanto commerciante, ad esempio, non posso né autorizzare né ordinare a nessuno di andarsene” spiega chiarendo la propria posizione, soprattutto in merito a chi dice che sono i locali “ad autorizzare i clienti a stare in strada”. Una visione collaborativa che può aiutare a risolvere la controversia. Se i residenti ad esempio “volessero sedersi a un tavolo con noi, ben venga – chiarisce Sassi – ma non mi sembrano disposti a dialogare”. Una linea dura che però secondo Sassi non paga mai: “Se i residenti pensano di poter far chiudere locali che hanno le licenze in regola, non ce la faranno“.

C’è anche chi parla di omofobia. “Non voglio trincerarmi dietro questo, voglio solo dire che il degrado è iniziato a luglio, non da otto anni”. D’altronde “i quartieri cambiano, ma la movida gay non si mette certo a scoppiare i fuochi d’artificio in strada“, conclude Sassi. L’associazione Milano Rainbow District al momento riunisce 17 esercizi, di cui la quasi totalità di quelli di via Lecco, che hanno sottoscritto un patto etico: chiusura alle 2 e lavoratori in regola tra i punti essenziali.

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