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Centrosinistra a guida Pd, Letta manda in panchina Giuseppe Conte

L'editoriale del direttore Nico Perrone per Dire Oggi
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ROMA – Giuseppe Conte, leader del M5S, nei suoi giri elettorali per sponsorizzare i pochi candidati a sindaco espressi dal M5S, non aveva risparmiato critiche al Pd, che pure dovrebbe essere l’alleato di oggi e di domani. Un gioco a smarcarsi, quello di Conte, da una parte per non restare sotto le macerie della botta elettorale che tutti prevedono per i ‘grillini’; dall’altra per cercare di farsi spazio tra destra e sinistra con l’idea di puntare ad un nuovo M5S che parli al centro moderato.

Per Conte non sarà una passeggiata perché ieri sera dal palco della festa de l’Unità a Bologna il segretario del Pd, Enrico Letta, ha parlato chiaro e certamente non è quello che Conte voleva sentirsi dire. Bisogna dire che i ‘grillini’ al momento sono ancora senza orizzonte politico. Tutti aspettano le prossime elezioni amministrative per capire, visto che voteranno circa dieci milioni di italiani da Nord a Sud, il reale peso politico di ogni partito. Subito dopo partirà la resa dei conti e sarà un bagno di sangue. Perché se la partita verrà vinta dai candidati del centrosinistra a guida Pd sarà chiaro a tutti che il sistema da quella parte dovrà riorganizzarsi attorno a quel partito. Che farà a quel punto Conte quando sarà ufficiale che non potrà più essere lui il candidato premier del Centrosinistra alle prossime elezioni politiche?

Tornando alle parole del segretario del Pd, Letta ieri sera ha detto che è finito il tempo dei tre poli, che in futuro il confronto sarà tra sinistra e destra, con una destra leghista e di Fratelli d’Italia che ormai sembrano sempre più forze estremiste e antieuropee. Tralasciando il fatto che anche nella Lega, in caso di magro bottino elettorale, anche Matteo Salvini avrà grossi problemi a rimanere leader del Carroccio, a quel punto tutto il gioco si sposterà sulla ormai prossima partita del Quirinale a gennaio.

Ormai è chiaro che non ci sarà nessun voto anticipato a giugno 2022 perché l’allegra combriccola parlamentare vorrà restare al proprio posto fino all’ultimo giorno visto che i riconfermati saranno molto pochi. Tra le ipotesi su cui si sta lavorando quella che vede Sergio Mattarella, Capo dello Stato uscente, cedere alle tante richieste e accettare di proseguire il suo mandato fino alle prossime politiche che ci saranno nel 2023. Così il premier Mario Draghi potrebbe continuare a guidare il Governo, impostando tutto il lavoro e i progetti previsti a suo tempo per ottenere i 200 miliardi di euro dall’Europa. Ci sarebbero due anni per far ripartire il paese alla grande, togliendo aria al populismo che ancora incendia gli animi e le piazze, per arrivare alle elezioni politiche in un clima se ancora non proprio normale comunque migliore dell’attuale. A quel punto sarebbe il nuovo Parlamento riformato e composto di soli 600 esponenti (315 in meno degli attuali) a decidere chi mandare al Colle. E se Draghi a quel punto avrà ottenuto i risultati sperati nessuno potrà dirgli di no.

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