Nadia Toffa, Fabi: “All’Ire avviata sperimentazione con carboplatino”

Molecola nata per trattare tumori al cervello infantili applicata ad adulti
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ROMA – La storica inviata e conduttrice delle Iene, Nadia Toffa si è spenta oggi a 40 anni dopo una coraggiosa battaglia durata due anni contro il cancro al cervello. La stessa patologia che strappato alla vita lo scorso anno Fabrizio Frizzi, noto volto della Rai proprio mentre stava registrando una puntata de‘ L’Eredità’. Un finale amaro che ha unito questi due personaggi ma che in Italia e nel mondo colpisce molte persone. Ma quali sono le aspettative di vita per questi pazienti e quali i nuovi progressi nella ricerca? A dare una corretta informazione sul tema, intervistata dall’agenzia di stampa Dire, é Alessandra Fabi, Oncologia medica 1 dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma.

– All’età di 40 anni oggi si è spenta Nadia Toffa, conduttrice delle Iene, per un tumore cerebrale, dopo due anni di lunga battaglia. Quali sono le prospettive di vita oggi per questo tipo di pazienti?

“Le prospettive oggi sono ancora poco promettenti. Si tratta infatti di una patologia estremamente aggressiva anche perché non c’è una identificazione di farmaci target come invece accade in altre patologie tumorali solide che colpiscono ad esempio il rene, la mammella o la pelle come il melanoma. La strada principale è sicuramente la chirurgia insieme alla chemioterapia e alla radioterapia. Il campo dell’immunoterapia, negli ultimi due o tre anni, ha dato risultati modesti. Questo non significa però che bisogna gettare la spugna anche perché ci sono molti studi in corso per quanto riguarda i trattamenti del glioblastoma e recidive della malattia. In particolare si sta lavorando all’identificazione di marcatori biologici. Lo standard nella pratica clinica rimane comunque il ricorso alla chemioterapia”.

– L’intervento chirurgico è il gold standard nei tumori cerebrali. Ma quando non è possibile quali sono le altre strade percorribili?

L’intervento chirurgico è il trattamento prioritario al momento della diagnosi. Nel caso contrario in cui il tumore cerebrale non sia operabile la prognosi per il paziente è a sei mesi. Si tratta di tumori poco chemioresponsivi, ecco perché si cerca di trovare alternative terapeutiche alla chemioterapia che rimane comunque tutt’ora il trattamento farmacologico principale. La ricerca è incentrata sulla individuazione di biomarcatori specifici del tumore”.

– Proprio dal vostro Istituto arriva la notizia di un nuovo trattamento per tumori cerebrali che non rispondono alle terapie convenzionali. Ci vuole spiegare di più?

“Mi preme soprattutto specificare che non si tratta di una molecola nuova, stiamo utilizzando il carboplatino che è una vecchia molecola usata per il trattamento dei tumori cerebrali infantili che invece oggi noi abbiamo utilizzato per trattare i tumori degli adulti come il glioblastoma o tumori cerebrali recidivi che spesso hanno poche chance terapeutiche. La somministrazione settimanale di carboplatino ha dato, nello studio di fase due, un buon risultato dal punto di vista del controllo di malattia pari al 30% con impatto positivo sulla sopravvivenza. Questo ci offre la possibilità di avviare uno studio di confronto, in una fase precoce della malattia, tra i risultati conseguiti con una cura a base di carboplatino e i chemioterapici di prima linea per questa patologia come il nitrosouree.”

– Quando invece si ricorre ai farmaci a bersaglio molecolare? “I farmaci a bersaglio molecolare, sono dei veri e propri farmaci target. Questo cosa vuol dire?

Significa trovare ‘la chiave per una specifica serratura’. La serratura, per semplificare, è ‘qualcosa’ che è scritta sulla cellula. In sostanza si va a vedere ciò che succede sulla cellula per trovare le ‘lucette’ che danno la malignità alla cellula e andare quindi a bloccarle e spegnerle una per una o anche ricorrendo alla combinazione di più trattamenti. In alcuni tumori si combina il trattamento immunoterapico con quelli a bersaglio molecolare al fine di bloccare tutte le strade che rappresentano uno stimolo per la cellula tumorale. Intendo dire che lo scopo è contenere la parte immunitaria, biologica maligna del tumore e la replicazione del ciclo cellulare cercando quanti più mezzi possibili per bombardare il tumore”.

– Si può arrivare a eradicare il tumore cerebrale?

Ad oggi questo non è ancora possibile. Purtroppo nel caso dei tumori cerebrali è difficile fare una diagnosi precoce ed effettuare degli screening specifici. Proprio per questo la diagnosi spesso è tardiva in quanto la spia che mette in allarme è proprio il sintomo come una crisi epilettica, forte mal di testa, difficoltà nel camminare oppure una paresi. Queste possono essere le spie del tumore, che quando viene diagnosticato la gran parte delle volte è già abbastanza esteso. Molto si sta facendo però nel campo della genetica. Si è appurato che i pazienti a cui sono stati diagnosticati tumori cerebrali primitivi hanno storie di malattia all’interno del cerchio familiare e a loro volta hanno perso fratelli o sorelle a causa di questa severa patologia. Il paziente che si rivolge al nostro centro viene infatti inviato ai genetisti per ulteriori indagini soprattutto per scongiurare che ne siano affetti a loro volta i figli. Va detto però che la scienza oggi non ha individuato il gene o i geni che determinano il tumore cerebrale ma attraverso indagini approfondite gli esperti sono in grado di individuare se nel paziente sono presenti geni che fanno parte di patologie comunitarie al tumore cerebrale stesso. Infine, non mi stancherò mai di ribadire che tutti i tumori cerebrali vanno necessariamente trattati all’interno di strutture ospedaliere specialistiche dotate di equipe multidisciplinari. E’ necessario, per mettere a punto il miglior percorso di cura possibile, che l’oncologo possa fare squadra con il neurologo, il radioterapista, il chirurgo, ed il radiologo”.

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13 Agosto 2019
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