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Roma, al Maxxi Valentina Vannicola e l’Inferno dantesco

In mostra fino al 26 settembre per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta
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ROMA – Nella terra rossa della Tuscia, tra boschi e paesaggi misteriosi, vagano le anime dei dannati dell’Inferno dantesco di Valentina Vannicola. Ondeggiano smarrite sulle rive dell’Acheronte, trascinate dalla bufera di Paolo e Francesca, anime dei non credenti sospese nel limbo e infine quelle dei condannati capovolti nella terra.

valentina vannicola

“L’estetica di Tolfa, gli abitanti della comunità e gli studi classici influenzano la mia rappresentazione”. Lo racconta all’agenzia Dire l’autrice di questa originale e suggestiva raccolta fotografica dell’Inferno della Divina Commedia. Un’opera realizzata 10 anni fa, in un libro curato da Benedetta Cestelli Guidi con testo di Niccolò Ammaniti, che oggi in occasione dei 700 anni dalla morte del poeta, il Maxxi di Roma ripropone in mostra fino al 26 settembre. Un lavoro rimesso in piedi da Simona Antonacci e dall’equipe del Museo in una versione ‘vorticosa’ un viaggio ‘immaginifico’ attraverso i Cerchi, tutto ambientato nella maremma laziale, dove i protagonisti attori delle scene, sono gli stessi abitanti della comunità tolfetana, paese della Vannicola. Un racconto sintetico, serrato, ma anche sottilmente simbolico, che interpreta le parole di Dante come fossero una sceneggiatura e le restituiscono in forma di immagini.

Un curriculum denso di riconoscimenti tra cui il Premio Combat prize, menzione speciale 2018 e quello come il miglior portfolio a Fotografia Europea nel 2017, Valentina Vannicola a soli 38 anni è considerata degna rappresentante in Italia della ‘staged photography’, in cui la “componente letteraria funziona come traccia da seguire, approfondire e reinterpretare: una sorta di input per avviare un processo inventivo libero e personale che conduce alla visualizzazione di un’immagine che prende forma in prima battuta in un bozzetto”. Lo scatto finale, risultato di un complesso lavoro di produzione in cui l’autrice assume il ruolo di sceneggiatrice, costumista, regista, oltre che fotografa. Una sequenza rigorosa e le inquadrature meticolosamente studiate.

Sono nata e cresciuta tra i boschi e paesaggi meravigliosi del mio piccolo paesino della Tuscia a nord di Roma, mi sono diplomata al liceo classico di Civitavecchia e da lì la mia passione per l’epica e gli studi classici, che ho avuto modo di approfondire durante il percorso universitario, alla Facoltà di Lettere con una tesi in Filmologia all’Università La Sapienza di Roma”.

“Il mio rapporto con la fotografia non è segnato da una storia romantica o qualcosa di ancestrale- afferma Valentina- tutto quello che faccio è molto studiato, frutto di precise scelte razionali. Dopo la laurea piena di teoria, la voglia di mettere in pratica attraverso lo strumento fotografico tutta la letteratura e l’epica assorbita negli anni e quindi il bisogno di imparare la tecnica. La Scuola romana di Fotografia offriva un programma interessante, lì ho potuto trovare un elemento di congiunzione, traduzione e sintesi. Sicuramente le influenze sono state tantissime il mito, il simbolismo, l’epica stimolano in me un’immaginazione molto profonda e poi il cinema italiano, neorealista fino a realismo magico di Fellini”.

L’inferno di Dante quindi spiega Vannicola, “è il risultato di un intenso studio anteriore che è durato parecchio tempo e arriva soltanto dopo tre progetti. Nel 2008 con il progetto di tesi della Scuola romana, voglio mettere in scena ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’, a quel punto il primo esperimento antropologico con la mia comunità. All’epoca ero ignara che stavo creando un linguaggio ‘escape’, fatto di paesaggi e di una narrazione sperimentale”. E poi ‘La principessa sul pisello’, in cui sotterro le persone, e mia nonna diventa la regina. Dopo aver individuato tecniche, scelto episodi salienti, storiboard, schizzi, casting, location e scatti su scatti: questo il metodo”.

“Quando ho messo in scena l’Inferno la comunità aveva capito di cosa si trattasse e quindi a quel punto è stato un lavoro molto più intenso sia sul testo che sugli attori. Dante è un narratore perfetto e bellissimo, l’ho studiato con maggiore motivazione. Ho iniziato in autonomia fino ad arrivare all’elemento fondamentale il bozzetto preparatorio di un 1,80 metro, che costituisce la mia matrice. Appuntavo location e poi ho iniziato a schizzare, immaginando i miei dannati. Per farlo nuovamente Tolfa in un arco spaziale che va da Santa Severa fino a Manziana che ho narrato attraverso il viaggio dantesco”.

Quindi una “mappatura del territorio. Quando leggevo e studiavo, immaginavo quei luoghi, quelli della mia memoria, della mia infanzia e adolescenza”. Per questo tipo di fotografica “si utlizzano le stesse tecniche del cinema. Dietro c’è un vero e proprio set, nulla è improvvisato, tutto studiato dalla A alla Z”.

“Per questo 2021 e onorare al meglio i 700 anni di Dante ho iniziato a lavorare su Purgatorio e Paradiso- conclude la fotografa- non ho ancora deciso dove ambientarlo e dovrò capire se ci sarà un sostegno. Nella mostra il Maxxi espone un assaggio, il bozzetto di 3 metri quello della processione mistica, l’immagine più corale; siamo nel Paradiso terreste con 48 figuranti e sarebbe molto interessante lavorarci, ma non sono certa che potrà essere ambientato a Tolfa. Intanto posso dire di essere onorata che il Maxxi abbia acquisito l’Inferno, è stata per me una bellissima esperienza, avere il sostegno delle istituzioni è la cosa che mi gratifica di più. Il ringraziamento più sincero a Simona Antonacci e alla sua equipe che hanno proposto un’esposizione originale e ‘vorticosa’”.

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