venerdì 17 Luglio 2026

Radici contro algoritmi: la pittura di Valeria Sanguini sfida i dispositivi del controllo

Una mostra nella Tuscia viterbese diventa il luogo dove la forza generativa femminile risponde – con funghi, miceli e mutuo soccorso – alla logica di sorveglianza della contemporaneità

ROMA – C’è un’app che si chiama Viola. Non è un’app qualunque: è uno strumento di mutuo soccorso femminista, pensato per connettere donne in situazioni di pericolo o isolamento. Valeria Sanguini l’ha portata dentro un quadro. Lo ha fatto con Mamasetas (Chiama Viola), una delle opere più dense della sua personale “L’orizzonte del tuo divano”, in corso fino al 3 luglio 2026 alla Massimo Lupoli Gallery di Nepi, nella Tuscia viterbese. È un gesto semplice e radicale insieme: prendere uno strumento digitale di resistenza collettiva e trasformarlo in immagine pittorica, farne materia, colore, corpo. È da qui che si capisce dove guarda davvero questa mostra.

IL POTERE E IL SUO CONTRARIO

Il percorso espositivo curato da Domiziana Febbi si costruisce attorno a una polarità precisa. Da un lato, i dispositivi contemporanei di controllo, sorveglianza e standardizzazione: quella forza meccanica e invisibile che comprime i corpi, norma i comportamenti, isola gli individui. Dall’altro, una dimensione organica e generativa che Sanguini – nata ad Addis Abeba nel 1973, formata alla Fondazione Ratti con Marina Abramović, poi per anni in dialogo con le rotte migranti europee – declina attraverso radici, miceli, corpi materni, reti di protezione reciproca. La mostra si apre con opere che mostrano la forza oppressiva nel suo pieno esercizio: la precarietà esistenziale travestita da intrattenimento, lo sradicamento culturale, la violenza sistemica. Ma è un punto di partenza, non una conclusione. Il percorso si muove verso altro.

LE MAMASETAS: QUANDO IL SOTTOBOSCO DIVENTA POLITICA

Il cuore della mostra sono le Mamasetas – termine che fonde lo spagnolo maceta (vaso) e setas (fungo). Sono gruppi di corpi femminili e materni da cui emergono bambini e figure fungine, immagini che evocano la struttura accogliente e orizzontale del sottobosco. La logica non è quella della gerarchia (una madre, un figlio, una relazione verticale), ma quella del micelio: reti sotterranee, connessioni invisibili, protezione reciproca che sfugge allo sguardo del controllo.

Mamasetas (Chiama Viola) porta questa logica al suo punto più esplicito, integrando il riferimento all’applicazione di mutuo soccorso femminista come elemento narrativo dell’opera. La tecnologia digitale, qui, non è strumento di sorveglianza ma il suo contrario: una rete di alleanza tra donne, un sistema di allerta e cura che replica, nel mondo degli schermi, l’intelligenza cooperativa del bosco. Mamasetas (Sezione) “a cappella” si spinge ancora oltre: la figura più giovane è interamente protetta dallo strato del sottobosco, avvolta in esso. Un’immagine di custodia radicale, quasi biologica.

PITTURA COME ATTO FISICO E POLITICO

Sanguini lavora su grande formato, una scelta che non è estetica, ma corporea. “La pittura è pratica dell’alta tecnologia del corpo umano“, dice l’artista. Il grande formato implica il corpo intero dell’artista nel fare, e implica il corpo intero dello spettatore nel guardare. I magneti presenti fisicamente in molte opere amplificano questa dimensione relazionale: attrazione, repulsione, protezione, conflitto: forze invisibili che attraversano corpi e spazi come il magnetismo attraversa la materia. Residui tecnologici, strumenti di misurazione e frammenti elettronici vengono sottratti alla loro funzione originaria e reintrodotti come materia poetica. La tecnologia smontata e reinnestata in un contesto organico: ancora una volta, il gesto di deprogrammare il controllo e restituire energia vitale. Un cerchio che si chiude nel grembo della terra con Hula Hop (Pachamama), dove matrioska, grembo e terra si fondono in un’immagine cosmica. Il territorio non è più confine geopolitico da difendere o attraversare: è un ciclo vasto, accogliente, in cui la forza generativa ha, alla fine, la meglio sulla meccanicità del potere.

La mostra è aperta dal lunedì al venerdì, ore 11-19, sabato e domenica su appuntamento. La Massimo Lupoli Gallery di Massimo Lupoli si trova a Nepi (Viterbo), a trenta minuti da Roma, in uno spazio industriale riconvertito che è già, di per sé, una dichiarazione poetica.

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