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Nadal fuori dagli Internazionali tennis di Roma, la sera in cui stava per dire “basta”

Il campione in carica degli Internazionali è stato eliminato agli ottavi di finale da Denis Shapovalov che affronterà ai quarti Casper Ruud

(credit: Foto Fit)

ROMA – Quelli dell’Atp non sono riusciti a trattenerlo. Rafa Nadal è uscito dal Centrale, ha imboccato il tunnel, ha fatto le scale a due a due e si è presentato in sala stampa con i giornalisti che inseguivano affannati, loro sì, l’annuncio della conferenza immediata. Era quasi mezzanotte. Avesse respirato un quarto d’ora, avrebbe evitato di elaborare quell’intimo lutto – l’infortunio, il dolore, l’età che avanza – davanti al microfono. In un flusso di coscienza a sfiatamento ridotto, una valvola socchiusa che virava dal possibile annuncio fatale – “basta, smetto, non ne posso più” – al rinsavimento: “Ho ancora voglia di combattere”.

Ma l’eliminazione di Nadal a Roma ha segnato un punto nella vita del più incredibile agonista dello sport mondiale. Tanto da trasformare il giorno dopo (il giorno di Sinner-Tsitsipas) in un day after del tennis.

A fine marzo Ángel Ruiz Cotorro aveva ricevuto Nadal nella sua clinica di Barcellona per curare la lesione al terzo arco costale patita durante le semifinali di Miami. Quel percorso di guarigione che gli ha tolto la sacra preparazione, trasportandolo direttamente in campo, a Madrid e poi a Roma, s’è ridotto infine a cinque partite. La ricaduta – se così può chiamarsi quel piede ormai patologicamente dolorante – compromette forse l’obiettivo del 2022: la quattordicesima Coppa al Roland Garros.

El Mundo racconta che durante il match con Shapovalov “c’era il panico nel box di Nadal. Francis Roig e Marc López hanno cercato di incoraggiarlo”, mentre lui lottava per restare in campo, evitando una cosa che gli agonisti rifuggono come la morte: il ritiro.

Gli ultimi game sono stati una tortura. Lo sfogo successivo, pubblico, è una resa trasparente. La crepa di un marmo: “E’ complicato parlare davanti ai microfoni… Non sono una vittima e non voglio dare una visione negativa della mia situazione. Vivo con gli anti-infiammatori per potermi allenare. Poi arrivano sere come queste in cui non posso giocare. Spero che la mia testa mi permetta di accettare che i miei giorni sono così, fino a quando la mia testa non mi dirà basta, che non si può vivere con così tanto dolore ogni giorno. Lo dico col cuore, gioco per essere felice, ma il dolore ti rovina la felicità, non solo per il tennis ma per la vita. Mi piace molto la competizione, ma mi dà anche molta infelicità per il dolore quotidiano”. Sono cambiate le parole d’ordine, già da un po’: felicità, vita. Nadal ha perso i paraocchi, le ossessioni si sono addolcite. Inquadrato dall’alto ha i capelli che si diradano, una piazza al centro e una riga che attacca troppo alta. E’ sempre più sofferente, doloroso, sudato. S’è scelto un impiego a tempo indeterminato: dettare miracoli a oltranza, come se l’oltranza non fosse un concetto risibile per un atleta. Le statistiche hanno abdicato, quei numeri sono diventati letteratura.

Nadal è riuscito a imporre l’agonismo, quel disperato attaccamento alla vittoria, la forza di volontà, la tenacia, come un valore artistico. La sostanza promossa a forma, alla forza la stessa dignità dello stile. Lo sfogo di Nadal è un trauma di sponda, per chi ne è testimone. Un presente ambulante non può declinarsi al passato. Nadal che soffre è come Federer che non suda. Un meme. Anzi, una lezione.

“Nadal non è una persona normale. Gioca tutti i punti come se fossero l’ultimo punto della sua vita”, diceva Paul Annacone, uno che ha allenato Federer e sa di cosa parla. La fine gliel’hanno quasi imposta, negli ultimi anni. Inseguito dai coccodrilli, ad ogni infortunio. Una volta persino in campo, allo Us Open, con quei sadici produttori di eventi che sanno essere gli americani che prima di premiarlo lo misero seduto su una panchina e trasmisero sul maxischermo il film dei suoi successi. Nadal prese a piangere come solo Federer sapeva “Si invecchia, ci si commuove più facilmente”, avrebbe poi sorriso, in sala stampa. A Roma, anno 2022, è passato al livello successivo: l’accettazione. “Basta” è una parola semplice, nascosta lì da qualche parte. Per un attimo s’è fatta viva al Foro, prima di rintanarsi di nuovo. In una smorfia di dolore.

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2022-05-13T13:10:36+02:00