Migranti, Medici senza Frontiere annuncia il ritorno delle sue navi nel Mediterraneo

L'organizzazione attacca l'inazione degli Stati europei e chiede all'Unione di interrompere il supporto alla guardia costiera libica
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ROMA – “Il nostro ritorno nel Mediterraneo, per il settimo anno consecutivo, è il risultato diretto delle sconsiderate politiche di non-assistenza da parte dell’Europa, che condannano le persone a morire in mare”. Così in una nota la presidente della ong Medici senza Frontiere (Msf), Claudia Lodesani. La presidente ha commentato il rilancio delle attività di “ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale” con la nave Geo Barents annunciato oggi dall’organizzazione che, come si legge in una nota, ha l’obiettivo di “salvare le vite di migranti e rifugiati che tentano la disperata traversata dalla Libia”.

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“NOI CRIMINALIZZATI DAI GOVERNI EUROPEI”

“Negli anni i governi europei, in particolare Italia e Malta come Stati costieri più coinvolti, hanno progressivamente abbandonato l’attività di ricerca e soccorso, hanno smesso di assistere le persone in pericolo e hanno deliberatamente ostacolato, se non criminalizzato, l’azione salvavita delle organizzazioni in mare” ha denunciato Lodesani. “Queste politiche hanno lasciato alla deriva migliaia di uomini, donne e bambini, a rischio di annegare lungo il confine meridionale d’Europa”. Nei primi due mesi del 2021, stando ai dati del ministero dell’Interno, il numero di persone arrivate via mare in Itala è raddoppiato rispetto all’anno scorso. A oggi nell’hotpsot dell’isola siciliana di Lampedusa, principale punto di approdo della rotta nel Mediterraneo centrale, ci sono 1.600 migranti, a fronte di una capienza massima di 250 persone.

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“DA INIZIO ANNO MORTE IN MARE PIÙ DI 500 PERSONE”

“Nel Mediterraneo centrale si continua a morire, in un desolante vuoto di capacità di soccorso” ha ribadito la presidente. “Come organizzazione medico-umanitaria assistiamo persone vulnerabili ovunque nel mondo da 50 anni. Di fronte alle morti incessanti e alla colpevole inazione degli Stati, siamo obbligati a tornare in mare per portare soccorso, cure e umanità, facendo la nostra parte per fermare queste tragedie evitabili”. Da inizio anno, ha proseguito il comunicato, “più di 500 uomini donne e bambini sono morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale. Il terribile naufragio del 22 aprile ha provocato almeno 130 morti, altri sono seguiti nelle settimane seguenti”. Secondo Msf, “chi sopravvive rischia di essere intercettato dalla guardia costiera libica supportata dall’Unione europea e riportato con la forza in Libia (7.000 solo quest’anno). La maggior parte di loro finisce rinchiuso arbitrariamente in pericolosi centri di detenzione dove sono esposti a maltrattamenti, stupri, sfruttamento e perfino la morte”.

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“BASTA CON IL SUPPORTO DELL’UE ALLA GUARDIA COSTIERA LIBICA”

Msf, si legge ancora nella nota, “chiede che venga interrotto al più presto il supporto dell’Europa alla guardia costiera libica e al ritorno forzato delle persone in Libia, e che venga ripristinata una efficiente capacità di ricerca e soccorso per fermare le morti in mare. Non possiamo restare in silenzio di fronte a questa catastrofe deliberata“, ha detto Lodesani. “Il supporto dell’Europa a questo drammatico ciclo di sfruttamento e sofferenza deve cessare al più presto. Gli Stati membri devono garantire che venga riattivato con urgenza un meccanismo di ricerca e soccorso dedicato e proattivo, guidato dagli Stati, nel Mediterraneo centrale”.

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